San Marino. L’intervento di Erik Casali (Partito Socialista) alla conferenza stampa: ”dubbi, rischi e la necessità di un referendum sull’accordo con l’Europa”

Ecco l’intervento di Erik Casali durante la conferenza stampa del Partito Socialista del 19.02.2025: ”Hanno cercato di marchiarci come quelli che sono contro l’accordo europeo, ma non è mai stata questa la nostra posizione, né in pubblico né nei contesti politici.

Abbiamo sempre cercato di ragionare senza fare il tifo, perché quando non si conosce il risultato e non si sa cosa può accadere, dire “sì” o dire “no” diventa troppo facile. E noi questo non lo abbiamo accettato. Abbiamo ragionato cercando di capire quali fossero i benefici e quali i costi.

Erik Casali, partito socialista

E non è stato possibile avere risposte, perché parlando sia con chi era nel governo precedente, sia con alcuni membri di quello attuale, abbiamo la sensazione che nessuno di loro conosca fino in fondo questo accordo: dove ci porterà, cosa ci costerà, perché dovremo senz’altro dare qualcosa in cambio per ottenere qualcos’altro. Ma questo “qualcos’altro” sarà davvero utile per la nostra economia? Per la vita sociale di questo Paese, che già segna il passo?

Abbiamo investito sui pensionati, poi diciamo che siamo un Paese con un grave problema di denatalità. Così diventa difficile, no? Vuoi iscrivere un bambino all’asilo nido? C’è un anno di attesa!

Se lo Stato non migliora neanche in questi aspetti, diventa difficile portare avanti gli obiettivi per cui vogliamo impegnarci. Noi diciamo – e lo abbiamo detto in tante situazioni, anche con gli alleati e con chi fa politica – che se davvero c’è tutto questo entusiasmo nella Repubblica e tutti sono contenti per questo accordo, perché non illustrarlo nei suoi punti salienti? E perché poi non andare tutti insieme a fare un referendum, che sarebbe un’apoteosi, una vittoria sicura, no?

In questo modo, San Marino entrerebbe nel contesto europeo con il sostegno dell’intera popolazione, invece di affidare questa decisione ai voti di 60 consiglieri, che peraltro si assumerebbero una responsabilità enorme. Sarebbe una scelta che toglierebbe il sonno la notte, firmare un accordo di tale portata.

(Che l’accordo non sarà mai ratificato ed entrerà in vigore, bisogna ricordare che gli effetti si vedranno solo dopo circa 24 mesi, quando tutti i meccanismi inizieranno a funzionare, gli uffici si adegueranno e si affronteranno eventuali questioni doganali. Ad oggi, non sappiamo perché un imprenditore tedesco dovrebbe venire a fare affari a San Marino. Non sappiamo perché un’azienda dovrebbe scegliere di stabilirsi qui piuttosto che altrove, visto che manteniamo comunque una fiscalità agevolata).

E quindi questa è la nostra preoccupazione.
Non ci siamo neanche chiesti come mai, tra i quattro piccoli Stati coinvolti – Liechtenstein, Monaco, Andorra e San Marino – i primi tre si siano ritirati, lasciando San Marino da solo.

Andorra ha dichiarato di temere per le sue banche, perché ha capito che potrebbero arrivare istituti bancari stranieri, mentre le banche andorrane non potrebbero espandersi all’estero, e quindi ha deciso di salvaguardare il suo sistema finanziario ritirandosi dall’accordo.
Monaco ha raggiunto un buon accordo con la Francia e non ha più alcun interesse a proseguire.

Noi abbiamo nutrito la preoccupazione – senza che nessuno ci rassicurasse – che questo accordo europeo intendesse scavalcare la convenzione con l’Italia. È proprio questa la sensazione che abbiamo avuto.

È impensabile scavalcare l’Italia, un gigante che ci circonda da tutti i lati, facendo finta di nulla. Tant’è che, se fossero vere le dichiarazioni dell’ambasciatore andorrano, l’accordo sarebbe bloccato perché l’Italia non ha ricevuto sufficienti garanzie sulle questioni bancarie, sui flussi di denaro e sugli impatti economici nel settore bancario.

Se questo fosse vero, sarebbe grave, perché nonostante tutti gli sforzi di San Marino per garantire trasparenza e controlli, la vicina Italia non sarebbe ancora soddisfatta.

A questo punto, bisogna andare a fondo e capire: il nostro ministro degli Esteri deve indagare sui motivi di questa opposizione italiana, su cosa non va bene nell’accordo, su quali aspetti possono essere corretti. In politica si può concedere qualcosa, ma anche chiedere.

Dobbiamo aspettare anche questo, perché altrimenti, trascinati da questo entusiasmo che l’Europa risolverà tutti i problemi, rischiamo di non restare con i piedi per terra. Come in ogni trattativa, abbiamo cercato di ragionare nel modo più onesto possibile: Sarà tutto positivo? Sarà tutto negativo? È possibile che in un accordo così importante non ci sia nulla di sufficientemente valido da poter essere raccontato con orgoglio?

Se fossi un membro del governo, mi vanterei di portare avanti un accordo del genere.

C’è poi questa avversione nei confronti del referendum, nonostante renderlo obbligatorio ci renderebbe il Paese più democratico al mondo. Ma io ne ho fatti diversi, assieme ad Augusto e ad altre persone, e non ho mai visto un referendum proposto dal governo in carica.

Negli altri Paesi, sono i governi stessi che, in presenza di forti dubbi, innescano un referendum. In questo modo, si lavano – per così dire – le mani e passano la decisione ai cittadini: “Se mi dai il voto, lo facciamo. Se no, no”. Anche perché questa è una materia molto delicata: perfino l’Italia fatica a reggere il ritmo dell’Europa.

Non so cosa faremo noi, che ancora non abbiamo il pieno controllo delle nostre dogane, che non abbiamo un accordo con la Banca d’Italia e che non riusciamo a fare le cose che normalmente dovremmo essere in grado di gestire.

Il nostro è un appello affinché si riporti l’attenzione su un tema così cruciale. Se ne è parlato tanto, ma ormai non se ne parla più. Sembra che si stia solo aspettando che accada qualcosa.

Questo non va bene.
Se l’accordo è vantaggioso, nessuno deve restare sulle proprie posizioni: governo, opposizione e maggioranza dovrebbero lavorare insieme per portare il Paese in Europa. Ma se le condizioni attuali restano incerte e nessuno sa spiegare con chiarezza costi e benefici, cosa dovremo pagare e cosa otterremo in cambio, viene spontaneo essere scettici.

San Marino è un Paese con risorse limitate, la qualità della vita non è migliorata, gli stipendi non aumentano, mentre il costo della vita è salito. È difficile per tutti: le imprese storiche resistono ma si stanno erodendo i risparmi, e le famiglie vivono la stessa difficoltà. La preoccupazione è reale.

Abbiamo visto che il Segretario degli Esteri ha incontrato l’ambasciatore inglese per discutere di accordi per gli studenti sammarinesi che vogliono studiare in Inghilterra. Questo è ciò che San Marino avrebbe dovuto fare a prescindere dall’accordo europeo: stringere accordi diretti con i singoli Paesi, come si faceva una volta.

Noi abbiamo questa preoccupazione. Speriamo che siano in grado di darci spiegazioni, perché ciò che pensiamo noi lo pensano in molti. E quando ci sono dubbi, la situazione diventa pericolosa: se non fanno chiarezza e si dovesse arrivare a un referendum, nel dubbio la gente voterebbe “no”.

Di solito funziona così: se non sai bene per cosa voti, il “sì” lo metti solo se sei convinto.

Da ciò che percepiamo, sia da chi ci contatta che da chi frequentiamo, anche tra gli stessi alleati e avversari in politica c’è molta preoccupazione.

Solo che nessuno ha mai avuto il coraggio di esporsi.
Il nostro obiettivo è proprio questo: mettere in luce un tema vitale per la Repubblica.

Grazie.

Erik Casali”