Di libertà di stampa, dell’importanza di salvaguardare l’indipendenza di chi informa per tutelare il diritto del cittadino a essere informato parliamo con Roberto Chiesa, romagnolo di nascita, ma da anni redattore sportivo di San Marino Rtv.
Da quanti di preciso?
“Beh temo di avere superato i 15, ormai vado per la maggiore età. Ti ringrazio caro Direttore per avere pensato a me per un argomento così importante. Io sono un giornalista sportivo e provengo da un paese (l’Italia) che le ultime classifiche danno al settantatreesimo posto per quanto riguarda la libertà di stampa. Sicuro di voler andare avanti con me?”
Sicurissimo e vado subito al dunque. A San Marino come stiamo messi?
“Non mi vuoi bene eh. Comunque dall’angolatura sportiva devo dire abbastanza bene. Basta così? ”
No certo. Ripeto la domanda. Quante posizioni deve rimontare la Repubblica?
“Non conosco la posizione di San Marino in queste classifiche che poi contano e non contano. Certo che ultimamente qualcosa si è mosso. C’è un tentativo di regolamentare la professione, di stabilire le regole. C’è la consapevolezza di dover colmare un vuoto. Io ad esempio sono un giornalista professionista iscritto all’ordine italiano dopo un regolare esame di idoneità. Per San Marino sono un impiegato con un rapporto di lavoro regolato da un contratto industria. Non è una diminutio, per carità, semplicemente faccio un altro mestiere”.
Quindi la legge sulla stampa è garanzia di libertà di stampa?
“Purtroppo no. La libertà di stampa è un principio fondamentale difficile da regolare con una legge. La legge stabilisce un percorso da seguire, un modus operandi. E credo che abbiamo perso, tutti, una grande occasione”.
Perché?
“Perché tutto è nato da un’Istanza dell’amico Lorenzo Giardi che per primo ha sollevato il problema di un vuoto normativo. I colleghi dell’Usgi da tempo cercano lodevolmente di arrivare a un contratto di lavoro, ma sono sempre stati considerati alla stregua di un manipolo di appassionati e nulla più. Oggi abbiamo una legge alla quale tutti aspiravano di arrivare, che per tanti anni abbiamo invocato. Ma la montagna ha partorito il topolino. Abbiamo una legge pessima e potenzialmente pericolosa”.
Quali sono i punti pericolosi?
“La forma. E la sostanza. Intanto si parla di operatori dell’informazione e non di giornalisti. Perché? E’ una parolaccia? Prima c’era il vuoto cosmico. Ora il pieno cosmico. Chiunque può essere considerato operatore dell’informazione. Chi mette dischi, chi risponde al telefono, addirittura chi vende la pubblicità, attività vietata ad un giornalista professionista proprio per evitare commistioni spiacevoli. Perché? Io sono un amante delle belle donne, ma non credo sarei accettato nell’albo dei chirurghi estetici. Facciamo mestieri diversi”.
Quindi una gran confusione.
“Non solo. Prima non c’era nulla, ora c’è una Press Card. E alcuni colleghi del settore tecnico non sono stati considerati degni di tale riconoscimento. Altri, che svolgono esattamente le stesse mansioni si. Siamo tutti giornalisti e non mi sta bene. Ma lo siamo tutti, e non tuttissimi e mi fa ancora più arrabbiare”.
Ingiustizie palesi. Ma hai parlato anche di pericolo?
“Si. Perché la Consulta che avrà il compito di redigere il codice etico e il contratto di lavoro avrà sul collo la cappa della politica. La legge stabilisce che sarà la politica a decidere chi sa fare bene il suo lavoro e chi no. Io ho un Direttore e un grappolo di capi e capetti. Non sono sufficienti a garantire? Non mi fare dire altro. Auguro ai colleghi della Consulta, alcuni dei quali stimo e ammiro, di avere la forza di non farsi dettare la tabella di marcia dalla politica. E di fare dell’informazione di San Marino il campo di chi conosce qualcosa e non di chi conosce qualcuno”.
Lo Stradone