“Non potrei fare altro che il medico”. In una sola frase ci sono i valori etici, la passione e l’impegno che il dottor Pierluigi Arcangeli mette in un mestiere dove la scienza e l’umanesimo sono due fattori inscindibili. Conosciutissimo dai sammarinesi per le sue conferenze stampa durante il Covid, sempre puntuali, rigorose, comprensibili, è attualmente direttore del Dipartimento Territoriale e Sociosanitario. Dentro questa sigla: l’universo della medicina di prima istanza, con ben 19 condotte, a cui si aggiungono le aree dipartimentali rivolte agli anziani, ivi compresi i servizi sociosanitari; quelle per la salute mentale, le disabilità e il servizio minori.
Dottore, cerchiamo di conoscere più da vicino questi servizi. Ad esempio, la medicina di base non vuol dire solo medico di condotta, ma anche altro. Ce ne vuole parlare?
“Il servizio infermieristico domiciliare, legato alle cure primarie, cioè alla medicina di base, per noi è importantissimo. Ogni mattina, secondo un preciso piano di lavoro, il nostro personale esce in macchina per andare a fare prelievi, medicazioni, somministrare terapie e quant’altro. Poi abbiamo le OSS, che si occupano, sempre a domicilio, della pulizia della persona e dei presidi che le sono accanto. In pratica fanno assistenza all’allettato”.
Qualche numero?
“Dal punto di vista delle cure primarie, noi controlliamo tutta la popolazione residente”.
È vero che ci sono problemi di medici, come a volte la politica reclama?
“Al momento siamo coperti. Il nuovo Atto Organizzativo ci consente tuttavia di ampliare il numero delle condotte, anche se non è proprio facile reperire il personale medico. Abbiamo fatto recentemente un bando di concorso che è andato molto bene e che ci permetterà di intervenire in quelle situazione dove c’è più bisogno”.
Sappiamo che la medicina di base, dal Covid in poi, è stato un vulnus, con proteste da parte della popolazione e della politica. Qual è la situazione attuale?
“Le cose sono notevolmente migliorate. Il Covid ha rappresentato uno spartiacque fondamentale nella gestione dell’assistenza e ha creato tutta una serie di nuove fragilità, che non c’erano prima. Come le necessità di sicurezza, che prima erano impensabili. Basti pensare al numero di telefonate che i nostri servizi di triage ricevono quotidianamente. È vero, ci sono stati momenti di criticità, ma ora abbiamo indicatori che testimoniano un costante aumento di serenità da parte degli utenti”.
Alcuni centri sanitari sono antiquati e insufficienti, cosa si prevede dal punto di vista infrastrutturale?
“Attualmente, siamo impegnati nella ristrutturazione del centro sanitario di Borgo. Cambierà la struttura, la capienza, il numero degli ambulatori, il front office, le medicherie. Di seguito toccherà a Murata e poi, a catena, tutti i centri saranno ristrutturati. Il nostro impegno è anche creare meno disagi possibile durante i lavori, razionalizzando impegni e risorse. C’è un grande sforzo affinché la gestione della salute pubblica, legata alla medicina di base, diventi ogni giorno migliore. Quando saremo a regime, è prevista l’implementazione dei servizi, sempre nell’ottica di andare noi verso i pazienti, anche gestendo il cronico sul territorio e lasciando l’ospedale solo per acuti e sub-acuti”.
Cambierà anche il triage infermieristico, cioè la famosa telefonata per chiedere una visita ambulatoriale?
“Anche qui, criticità ce ne sono state. Ma la regola è distinguere bene l’urgenza, l’emergenza, il prioritario, l’ordinario. Lo fanno infermieri professionali, ma forse dobbiamo spiegare meglio, anche alle persone, che cos’è un triage. In questo caso non risponde un semplice centralino, ma qualcuno che deve capire l’esigenza di chi sta dall’altra parte del telefono”.
E il paziente sammarinese, com’è? Lei ne ha conosciuti davvero tanti…
“Il paziente sammarinese, indubbiamente, è stato abituato in un certo modo. Spesso si affeziona al suo medico, alla sua infermiera, ma i tempi sono cambiati e bisognerà riprendere in mano certi modelli educativi. Bisogna capire che la rete territoriale deve gestire generalmente il 95 per cento della nostra vita”.
Siamo ormai un Paese di vecchi, qual è la risposta del servizio pubblico alle loro esigenze?
“L’ARA (assistenza residenziale anziani) è un po’ il fiore all’occhiello del nostro servizio. Quella che i sammarinesi chiamano familiarmente La Fiorina, ha 116 posti, divisi per nuclei a seconda dell’intensità di assistenza necessaria. Stiamo ragionando con la Segreteria Sanità, la dirigenza generale e altri soggetti interessati ad aumentare i posti per le malattie degenerative più gravi. Poi c’è l’assistenza domiciliare, con centinaia di persone seguite quotidianamente, non solo nelle loro abitazioni. Qui rientra anche il centro ricreativo diurno Vivi la vita, a Serravalle, dove si fanno giochi, letture, dialoghi, animazione e si può anche pranzare. La socialità, in questo caso, ha una funzione maggiore rispetto all’assistenza, perché è un importante elemento di prevenzione di tante malattie degenerative. È la solitudine, molto spesso, a creare i problemi degli anziani. Su questo elemento ho cercato di costruire il nuovo che c’è nel sociosanitario. Dobbiamo essere pronti anche a gestire quegli anziani che stanno bene ma che le famiglie non riescono a seguire. Parliamo di cohausing, cioè di coabitazione attiva dove vengono messe insieme le energie di persone che, da sole, non riuscirebbero ad affrontare la loro giornata. È un elemento di crescita, ma soprattutto un elemento riabilitativo molto forte”.
Sono arrivati addirittura i complimenti del Direttore dell’OMS Regionale Hans Kluge, riguardo alle iniziative di tutela della persona anziana. Vuol dire che è stato fatto tutto?
“Ci stiamo muovendo per migliorare quello che oggi è considerato buono. Nell’Atto organizzativo sono state aumentate le risorse per il domiciliare, consci che le nostre battaglie le dobbiamo vincere prima di tutto sul territorio, sempre pronti ad accogliere le istanze delle persone, lasciando l’ospedale come ultimo baluardo per le situazioni acute. Tutto quello che si può fare a domicilio, lo abbiamo implementato in maniera importante negli ultimi anni. Soprattutto nel sociosanitario, il centro di ogni energia, di ogni risorsa messa sul tavolo, è la persona. La costruzione dei servizi è attorno alla persona. E il primo bisogno della persona, specialmente quella fragile, è di rimanere il più possibile a casa sua: quindi dobbiamo costruire quella rete assistenziale di sicurezza sociale, di cui ha bisogno”.
Un settore che le sta molto a cuore è quello della disabilità, com’è la situazione?
“C’è un impegno molto forte, anche se la situazione sammarinese non ha numeri straordinari. I ricoverati al Colore del Grano sono appena una quindicina. Poi abbiamo le strutture diurne, dove il grosso del lavoro viene fatto da educatori, psicologi e psicoterapeuti perché alcuni ragazzi hanno spazi di recupero, di riabilitazione e di reinserimento, che vanno assolutamente coltivati. Alcuni lavorano nelle aziende private, altri nelle strutture pubbliche, dove riescono ad inserirsi con successo. Il nostro obiettivo è assicurare le famiglie, padri e madri: state tranquilli, c’è un dopo di voi che si prende cura di quello che lasciate. Mi emoziono un po’ a dire queste cose, ma penso che sia il compito più alto di una struttura pubblica. Questo è il servizio universale e gratuito che offre la struttura di San Marino, quello che era stato intuito e voluto dalla rivoluzionaria legge del 1955”.
Angela Venturini