San Marino. Molti Paesi bloccano l’accesso alla tecnologia 5G cinese

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Di infrastruttura 5G a San Marino si è fatto in modo di parlare esclusivamente in termini positivi e quasi volendo minimizzare sul fatto che esso determinerà nel mondo intero, nei prossimi due anni, un cambiamento epocale sull’uomo e sull’ambiente nel quale esso vive. A tal proposito Repubblica sm ha dato conto la scorsa settimana della conferenza organizzata a San Marino dove è intervenuto su questo argomento il prof. Vornoli dell’istituto Ramazzini di Bologna, mettendo in evidenza il fatto che le frequenze della telefonia mobile sono potenzialmente cancerogene e che il 5G peggiora la situazione. La portata del problema si amplia sotto il profilo politico. A parlarne in profondità è stata lunedì scorso la giornalista Milena Gabanelli che dalla cornice di Dataroom ha invitato a riflettere sul fatto che: “L’hardware prodotto dai colossi cinesi delle comunicazioni Huawei e Zte potrebbe essere soggetto a manipolazioni del governo cinese. Il primo dicembre scorso, la direttrice finanziaria di Huawei Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei, è stata arrestata in Canada: gli Stati Uniti ne hanno chiesto l’estradizione e, a fine gennaio, hanno incriminato l’azienda per violazione delle sanzioni americane contro l’Iran e furto di segreti tecnologici. In sostanza, gli americani accusano l’azienda di Shenzhen di spionaggio. Ren nega e prove concrete al momento non ci sono. Di accertato c’è il fatto che le aziende cinesi, anche quelle private, devono avere un rappresentante del partito comunista al proprio interno e sono obbligate a rispondere al governo di Pechino. Mentre negli Stati Uniti da sempre è vietato l’uso della tecnologia cinese per le infrastrutture strategiche, altri Paesi ne stanno mettendo in dubbio la sicurezza: Australia e Nuova Zelanda hanno bloccato l’accesso alla tecnologia 5G cinese; il Regno Unito ha trovato falle nel sistema, ha chiesto garanzie tecniche anti-spionaggio e anti-blocco che però tardano ad arrivare e ormai sono ai ferri corti; il Giappone ha sospeso ogni acquisto da Huawei per le sue aziende pubbliche; la Germania ha chiesto all’azienda cinese garanzie per permetterle di partecipare all’asta 5G di marzo, mentre Angela Merkel ha espresso il timore che la società possa passare dati sensibili al governo cinese. Nel frattempo, a novembre l’Unione europea ha votato una legge che prevede uno screening degli investimenti diretti stranieri che possano mettere in pericolo la sicurezza, e il 7 gennaio l’università inglese di Oxford ha sospeso l’accettazione di fondi per la ricerca e donazioni filantropiche dal gruppo cinese”. L’Italia dal canto suo ha invece aperto le porte ai colossi cinesi mettendo a disposizione tutti i suoi dati. “Si tratta – ha evidenziato il giornalista Mentana in collegamento con la Gabanelli – di lasciare tutto in mano a chi si trova dall’altra parte del mondo, un Paese non democratico, che ha un potere enorme e non dà garanzie di nessun tipo”. Inquietante il possibile scenario descritto dalla Gabanelli “Non dobbiamo neanche arrivare al punto in cui un giorno potrebbe essere possibile in queste reti integrate che sono vulnerabili che qualcuno decida di bloccare il traffico di una città, l’erogazione dell’acqua o del riscaldamento e non possiamo farci niente. La questione è strategica, non parliamo dei dati personali che sappiamo essere già di proprietà di questi grandi gruppi, stiamo parlando di qualcosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale. E’ urgente cominciare a parlarne e diventare consapevoli per vedere che cosa conviene”.

Repubblica Sm

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