LAUREATO in Pedagogia, psicologo, direttore del Distretto sanitario di Rimini per 13 anni e attuale direttore generale dell’Istituto per la sicurezza sociale di San Marino, con una passione per l’Egitto e l’archeologia orientale che lo ha portato nei siti più affascinanti del mondo. Paolo Pasini, 65 anni, nonostante la sua carriera sia stata tutta in ambito sanitario è considerato un grande egittologo e assirologo.
Dottor Pasini, da quando ha questo interesse per le grandi civiltà del passato?
«E’ una passione nata quando ero un ragazzino. E’ stata una lettura in particolare, ‘Sinuhe, l’egiziano’ a farmi innamorare di questa civiltà. E’ un libro dei primi anni Cinquanta che consiglio ancora oggi. Prima, naturalmente, era solo un’attrazione per l’esotico poi, non appena adulto, si è trasformata in un vero e proprio interesse».
Non ha pensato di fare l’archeologo di professione invece del medico?
«L’archeologia è bellissima ma sapevo che non mi avrebbe dato i mezzi sufficienti per vivere, quindi sono andato avanti con gli studi in pedagogia e in psicologia».
E come ha fatto a continuare a coltivare questo suo interesse?
«Ho continuato con le mie letture e a 19 anni ho scritto a Sergio Donadoni considerato il più grande egittologo vivente a livello mondiale. E lui mi ha risposto. Quando è arrivata la sua lettera non ci volevo credere».
Cosa le diceva?
«Di continuare con le letture e gli studi consigliandoni testi fondamentali per la materia».
Ci risulta che lei abbia organizzato una importantissima mostra sugli egizi. E’ esatto?
«E’ stata un’esposizione effettivamente importante anche grazie alla collaborazione di Silvio Curto e poi di Annamaria Donadoni Roveri del museo Egizio di Torino. La mostra è stata fatta a Ravenna e si chiamava ‘Le origini della civiltà egizia’».
I reperti in esposizione da dove provenivano?
«Questa è stata l’impresa più bella, riuscita anche grazie al Meeting di Rimini. Sono riuscito ad avere pezzi estremamente pregiati dal Louvre, dal British, da vari musei di Berlino, Vienna, Firenze, Pisa, Napoli: si trattava di oggetti che non sono più stati esposti. Unitamente alla mostra abbiamo tenuto un convegno al quale hanno partecipato i più grandi egittologi del mondo. E’ stata una soddisfazione veramente grandissima».
Naturalmente saprà interpretare i geroglifici.
«So leggere l’egizio, cioè la scrittura dei documenti ufficiali e quella che troviamo sui monumenti, ma non i simboli cuneiformi. Perché gli egizi quando dovevano scrivere in modo veloce usavano una sorta di ‘corsivo’».
Ha partecipato a qualche scavo archeologico?
«In questo caso soprattutto per quanto riguarda l’assirologia: sono stato quattro volte in Siria e in Iraq. Siamo riusciti a ricongiungere una importantissima stele che era stata spezzata a metà, e le due parti si trovavano una a un capo all’altro del mondo. Anche quella è stata un’emozione immensa».
A proposito dell’Egitto, le rivolte politiche hanno messo in serio pericolo anche il museo del Cairo con distruzioie e saccheggi. Ha qualche notizia?
«Purtroppo non trapela molto se non quello che riportano gli organi di informazione. Non nascondo di provare una profonda angoscia per le ricchezze che si trovano in quel museo e mi auguro che i beni siano stati messi in sicurezza. Ma ci sono degli altri grossi pericoli».
Quali sono?
«Quelli che derivano dai cambiamenti ambientali. La costruzione della gigantesca diga di Assuan ha facendo mutare un ecosistema fondamentale per la conservazione del patrimonio archeologico». Il Resto del Carlino
