San Marino. Pdl informazione: chi ha paura della trasparenza nelle aziende editoriali? … di Alberto Forcellini

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  • Il progetto di legge in materia di editoria e di professione degli operatori dell’informazione ha scatenato un putiferio in chiusura dell’ultimo Consiglio, concluso ormai una settimana fa, senza tuttavia arrivare alla votazione dell’articolato. Se ne riparlerà dopo la seconda metà di aprile, presumibilmente. Così, a bocce ferme, cerchiamo anche noi di fare qualche riflessione.

    L’obiettivo più importante che compare tra i pochissimi articoli del testo è quello dell’obbligatorietà, per le aziende editoriali, di rendere pubblici i propri bilanci, oltre ai finanziatori e agli inserzionisti pubblicitari. Pena l’annullamento del finanziamento pubblico (che comunque è ben poca cosa) e una sanzione pecuniaria (che invece è assai sostanziosa). I giornali sammarinesi non pubblicano i bilanci dal 2015, ovvero dall’anno dopo l’emanazione della prima legge su editoria e informazione.

    Il mercato sammarinese è talmente piccolo, che nessuna testata cartacea si può reggere in maniera equilibrata solo con le vendite dei giornali, o con la poca pubblicità che riescono ad acquisire, perché i costi sono importanti (i giornalisti, la carta, la stampa, la distribuzione, le spese per la sede, eccetera). Avere qualche sostenitore, o finanziatore, è dunque vitale per la sussistenza della testata e garantire quella pluralità e libertà di informazione che sta alla base di ogni sistema democratico. È relativamente più semplice per le testate online, che proprio per la loro natura, abbattono molti costi.

    Il tema dell’informazione è dunque un tema cardine e, in questo contesto, considerare il singolo cittadino una sorta di stakeholder, cioè di portatore di interessi verso il giornale, perciò la trasparenza della società editoriale sarebbe un segno di grande maturità democratica. Ma il principio della trasparenza è largamente assente nel mondo dell’editoria. Si parla da sempre della mancanza di editori puri, cioè di soggetti che vivono di informazione, che studiano i modelli di business dell’informazione in altri Stati e cercano di riprodurli presso la loro sede, cercando di guadagnare con i mezzi di informazione, quindi senza coltivare interessi extra editoriali.

    Queste figure di editori puri sono pressoché assenti, perché hanno storicamente utilizzato il mondo dell’informazione per perseguire altre finalità. Ora, non stupisce più di tanto se, anche a San Marino, una testata è più vicina a un partito, o a un altro, o a un gruppo imprenditoriale. L’importante è che sia palese. Solo così si riesce a capire perché il giornalista ha fatto un certo un titolo, perché ha dato una versione della notizia diversa da un altro collega, perché privilegi un certo argomento e taccia su altri. E’ giusto che il mondo dell’informazione si converta a questo principio della trasparenza, perché altrimenti il rischio è la disaffezione, la perdita definitiva di credibilità, e la sconfitta della democrazia dell’informazione, cioè quella democrazia che consente ai cittadini di esercitare i diritti garantiti dalla Carta Costituzionale sammarinese e dalle leggi vigenti proprio sulla base di una corretta informazione, che è la premessa per poter esercitare tutti gli altri diritti.

    Si badi bene, non stiamo parlando di fake news, che sono altra cosa, e che comunque sono assai praticate proprio da certi giornali, che al riparo della segretezza, non si fanno scrupoli a portare avanti certe posizioni per realizzare i loro obiettivi editoriali. Per questo c’è bisogno di norme e di obbligatorietà del loro rispetto, perché questa è la prima tutela della libertà di stampa e del diritto all’informazione da parte del cittadino.

    Purtroppo, in questo senso, il dibattito consiliare è stato piuttosto scarso, nonostante la lunghezza. I partiti di opposizione hanno preferito puntare il dito sul fatto che, rispetto alla prima bozza, il governo e la maggioranza hanno portato alcune modifiche. Giudicate da tutti migliorative. E allora, almeno in questo caso, non è stato un bene cambiare idea? Il problema vero è che a qualcuno la trasparenza piace solo in via teorica, perché in pratica preferisce rimanere nelle ombre di finanziamenti non nominabili.

    a/f