Riceviamo e pubblichiamo
”Oltrepasso velocemente quella piccola rotatoria. E ogni volta mi sembra di essere lambito da un alito di romanità. Di trovarmi in un angolo di storia. Strano. Un intreccio fra retorica celebrativa del regime e richiami poetici e mitici. Un giorno mi fermo. Voglio conoscere meglio il Cantone di San Leo. Un luogo chiamato con un brutto termine. Ma di grande interesse e curiosità storica. Lo faccio con questa pillola di storia. Per me e per chi non avesse mai approfondito l’argomento.
Il Giornale Luce del 30 giugno 1937 ci fa da colonna sonora. Questa la sintesi della sequenza filmata: “grandi festeggiamenti per l’arrivo di Starace e del dono di Roma a San Marino; il segretario del partito incontra i due Capitani reggenti della Repubblica ; l’obelisco si erge nella piazza sommersa da una grande folla ; la truppa san marinese e giovani fascisti sfilano dinanzi al palco delle autorità “.
Ho parlato di intreccio. Nel piccolo angolo di San Marino si ritrovano più elementi di grande interesse. Innanzitutto c’è una curiosità panoramica: è un punto in cui le due Città (San Marino e San Leo) si guardano e si vedono (da cui il nome di Cantone di San Leo). Se si vedono i due luoghi, si vedono anche i due Protettori. Mi piace questo simpatico richiamo alla leggenda, al mito. Spesso li declassiamo, ma sono l’anima e “l’oltre” della storia. Sul muro di sostegno si trova una scultura raffigurante i “due Santi Marino e Leo che si gettano da monte a monte i ferri del mestiere”. Opera dell’artista sammarinese Romeo Balsimelli del 1936 ( su modello di Enrico Saroldi, già autore di monete sammarinesi).
Ce lo ricorda l’incisione di un brano del Carducci: “. …E LA LEGGENDA RINNOVANDO IL MITO NATURAL DEI TITANI MOSTRAVA I DUE GRANDI SANTI A GITTARSI DA MONTE A MONTE SCAMBIANDO I FERRI DEL MESTIERE”.
Nel 1937 arriva a San Marino una colonna, prelevata dal foro romano, quale Donum Urbis. Un dono della Città di Roma. Un blocco di granito, alto 4 metri, con capitello romano di marmo bianco. La colonna è collocata su un basamento di pietra del Titano, disegnato dall’Arch. Antonio Munoz. Gli ornati sono opera delle maestranze sammarinesi. “Rimanga nei secoli il sacro simbolo della madre Roma” dice l’incisione sul basamento. Il nome degli allora Reggenti Giuliano Gozi e Settimio Belluzzi è stato cancellato. E non fu più ritrascritto, nonostante lo richiedesse un’istanza d’Arengo di qualche anno fa.
Torniamo un momento al quadro storico sammarinese dell’epoca. Il richiamo non vuole raccontare la storia del fascismo, ma far comprendere il “sapore” del Cantone e dei suoi monumenti. Sul fronte esterno, la Repubblica è nella fase della maggior immedesimazione con il fascismo italiano. All’interno il Governo è all’apice del consenso. Nel 1938, il Reggente Gozi, nel discorso programmatico, lancia la campagna della “fascistizzazione” del Consiglio e del Paese. Basata su due elementi: uno reale, fatto di programmi di opere pubbliche e l’altro di tipo propagandistico. La colonna romana è “un tipico esempio di utilizzo politico dello spazio urbano” (Gregorio Sorgonà). L’inaugurazione della colonna imperiale venne esaltata come un trionfo. “ Una entusiastica generale manifestazione di italianità e di fascismo, nonché di vibrantissime continue ovazioni al Duce”. In questi anni, anche la toponomastica era simbolo della romanità della Repubblica. Il Cantone era punto di confluenza di queste vie: si saliva dalla Stazione dal viale Benito Mussolini, si scendeva dal Lungomonte del Littorio e in una terza direzione portava il Lungomonte Roma. Vigilava anche un viale Bonaparte. Curiosa combinazione: a pochi metri dalla colonna passa il meridiano di Roma.
Un’emissione filatelica del 23 agosto 1937 ricorda “lo scoprimento a San Marino di una colonna del Foro Romano”.
Ave Cantone, memoria e testimone della storia sammarinese. Quella che è stata!
Domenico Gasperoni”