“…Stai attento” perché “qualcuno può dare a tua nonna una pillola e morirà. E ti accuseranno”! E’ questo, forse, l’elemento più eclatante emerso dagli atti del procedimento giudiziario noto come “Racket Badanti”, il cui processo è in corso e vede imputate Fatima Dzutseva, Felicia Doru e Loretta Casadei, indicate nell’ipotesi accusatoria come le tre responsabili, con diversi ruoli e in diversi ambiti di responsabilità, di “reggere” il sistema di caporalato che avrebbe inquinato per diversi anni nel decennio scorso, il servizio di assistenza agli anziani e ai degenti nell’Ospedale di Stato.
Ne abbiamo parlato ampiamente l’altro ieri e ieri (clicca qui e qui), ma quanto individuato e raccontato fino ad ora non è che una goccia nel mare delle 2.182 pagine che compongono il fascicolo giudiziario alla base del processo in corso e affidato al Giudice Francesco Santoni.
Abbiamo visto che -sempre sula base delle accuse che andranno verificate e confermate (o smentite) al termine delle udienze dibattimentali- al vertice di questo “racket” figurerebbe Fatima Dzutseva, cittadina russa coniugata (o convivente) con un cittadino sammarinese, supportata nella fase “operativa” da una sorta di “braccio destro” indicato in Felicia Doru, cittadina rumena. Ambedue favorite, in questa attività illecita riconducibile ad una pesante forma di caporalato, da Loretta Casadei, la quale nel suo ruolo di coordinatrice delle professioni infermieristiche presso l’Ospedale di Stato dal 9 maggio 2018, avrebbe supportato le prime due. Secondo l’accusa, infatti, questa, “in taluni casi, indirizzava i richiedenti da Dzutseva, esprimendo parere negativo circa le operatrici reperite in proprio” dai familiari dei pazienti che necessitavano di assistenza e badante.
Ad esempio, si legge in queste 2.182 pagine del fascicolo istruttorio, la Casadei “nel 2017 si intrometteva per far cessare il rapporto di Margherita Porcius -una operatrice non gradita a Dzutseva – con il suo assistito M****o M****i, invocando strumentalmente ed indebitamente (appartenendo tale compito all’Ufficio del Lavoro) il limite delle giornate lavorative annuali, quando, in altri casi, e proprio a Dzutseva, nulla eccepiva”. Inoltre -si legge negli stessi atti- “operatori sanitari non identificati, anche dal Pronto Soccorso, i quali a fronte di regalie ricevute da Dzutseva (paste, pizzette e panettoni), la avvisavano dell’arrivo di soggetti che necessitavano di assistenza”.
Definito il ruolo delle tre imputate, torniamo sull’aspetto più inquietante di questa brutta vicenda, ovvero le “minacce e intimidazioni” poste in essere con lo scopo “di costringere le badanti” ad aderire al “sistema imposto da Dzutseva con il concorso di Doru” e di “impedire a quelle reticenti di ottenere gli incarichi o, se ne avevano già ottenuto uno, a dimettersi (per paura che potesse succedere qualcosa ai loro pazienti e le stese venissero per questo ingiustamente incolpate)”.
Ricordate il messaggio girato in chat da Olga Zolotova a Barbara Bartolini? “Qualcuno può dare a tua nonna una pillola e morirà. E ti accuseranno”… oppure “…E’ girata voce che Fatima” avrebbe “detto che avrebbe schiacciato come una formica chi mi faceva lavorare” Ecco, questa metologia sembra inserirsi in questo contesto intimidatorio, se non persecutorio.
In pratica, è specificato chiaramente nel fascicolo, tali minacce e intimidazioni si sarebbero consumate a più riprese, in almeno sette occasioni individuate dagli inquirenti, prima fra tutti lo sfruttamento di “un sistema ben oliato di connivenze con il Coordinatore delle professioni sanitarie Loretta Casadei” e “operatori sanitari non identificati”, come sopra evidenziato.
Ma non solo: queste intimidazioni si sarebbero rilevate anche “nel minacciare le badanti di rivolgersi ai familiari dei degenti che si avvalevano o che si sarebbero potuti avvalere dei loro servizi, accusandole falsamente di inettitudine e/o di essere dedite a condotte illecite, al fine di costringerle a piegarsi al sistema imposto da Dzutseva e Doru. In particolare le prevenute minacciavano di riferire ai congiunti dei pazienti ricoverati in Ospedale che l’assistente presa di mira era una ‘delinquente” che “ruba i vestiti”, che “si comporta male durante il servizio”, che “non è capace di lavorare” o che “somministra delle medicine ai pazienti per farli dormire”, come sarebbe il caso delle badanti, “tra le altre, Margarita Porcius, Elena Miculescu e Natalia Mykuliak”.
Ma anche “nella prospettazione di mali che sarebbero capitati agli assistiti delle badanti che non si piegavano al sistema imposto da Dzutseva e Doru, dei quali la colpa sarebbe stata fatta falsamente ricadere sull’assistente, interloquendo con i familiari del degente”. In particolare, “le prevenute minacciavano Olga Zolotova con le seguenti frasi: ‘Hanno detto che stai attento. Qualcuno può dare a tua nonna una pillola e morirà. E ti accuseranno’ e paventavano a Margareta Porcius che l’avrebbero accusata di “somministrare delle medicine ai pazienti per farli dormire”.
Minacce vere e proprie, intimidazioni come la “prospettazione, a volte attuata (nel caso di una conoscente di Arsinica Neamt), di far sanzionare le assistenti reticenti dalle autorità di cui veniva millantava la conoscenza (Gendarmeria, Carabinieri, Ufficio del Lavoro), paventando richieste di controlli volti all’allontanamento delle persone straniere che non si piegavano alla organizzazione, chiamando la Gendarmeria per fare controlli ad operatrici prive di documenti. E, quantomeno in un caso, facendo sparire strumentalmente i moduli necessari alla permanenza in Ospedale delle assistenti non sodali rispetto al sistema posto in essere da Dzutseva”.
O nella “nella prospettazione di una rete di conoscenze (anche sanitarie) tale per cui ogni eventuale lamentela o doglianza sarebbe stata inutile e, anzi, severamente punita, in modo tale da ingenerare nelle badanti vessate il convincimento che senza un referente non si poteva lavorare in ospedale”, come sarebbe accaduto con Arsinica Neamt.
Nonché nella minaccia di arrivare a “violenze fisiche”. A tal proposito “Dzutseva, incontrando
Barbara Bartolini (il cui esposto ha aperto il “pentolone”; ndr) all’esterno dell’Ospedale, la invitava ad allontanarsi dalla struttura sanitaria mimando contestualmente il gesto del taglio della gola. Dzutseva incontrando in ascensore l’operatrice Iordan Carolina – rea di essersi rifiutata nel settembre 2018 di dire ai familiari del proprio assistito di non poter più lavorare la notte per far posto ad una delle protette di Dzutseva – dopo essersi assicurata che porte si fossero chiuse, la
minacciava dicendole: ‘Hai fatto bene ad usare l’ascensore e non le scale, perché se le avessi
usate, ti avrei dato una spinta” e, infine, “nella minaccia di schiacciare come una formica chi faceva lavorare Natalia Mykuliak e inducendo quest’ultima a temere per l’incolumità dei suoi familiari all’estero”.
Secondo l’accusa, attraverso precise testimonianze evidentemente ritenute attendibili dal Giudice Inquirente, la Dzutseva e la Doru, contando su “un sistema ben oliato di connivenze con il Coordinatore delle professioni sanitarie Loretta Casadei” e “operatori sanitari”, si era creato un clima di terrore fra le badanti che non intendevano assoggettarsi ai diktat, alle imposizioni, alle violenze del “racket” russo-rumeno-sammarinese…
Sì, anche sammarinese, perchè senza le connivenze di precise figure gestionali dell’Ospedale di Stato, senza le connivenze di “operatori sanitari”, questo presunto “racket delle badanti” non si sarebbe potuto mai affermare!
Enrico Lazzari