Il Festival di Sanremo si conferma ancora una volta come la vetrina più manifesta di un fenomeno che sta saturando la discografia italiana: il ricorso sistematico a titoli già ampiamente depositati e sfruttati nel passato. In un approfondito editoriale pubblicato su Il Fatto Quotidiano, il giornalista Michele Bovi analizza quello che definisce un vero e proprio “saccheggio” della memoria musicale, evidenziando come la creatività sembri spesso fermarsi alla soglia dell’ufficio depositi della SIAE. Il caso più emblematico di questa edizione è rappresentato da Michele Bravi e dalla sua Prima o poi, un titolo che vanta già oltre settanta depositi ufficiali. La storia di questo brano affonda le radici nel 1965, quando fu interpretato da Remo Germani e dalla cantante tedesca Audrey, per poi essere ripreso negli anni da artisti del calibro di Loredana Berté, Michele Zarrillo e Gigi D’Alessio. Nonostante la musica e le parole di Bravi siano probabilmente diverse, l’identità del titolo crea un ponte diretto con una storia lunga sessantuno anni.
Questa tendenza al “già sentito” non risparmia nessuno dei protagonisti del 2026. Ermal Meta propone Stella stellina, un titolo che risuona nelle orecchie degli italiani sin dal 1920, anno in cui la scrittrice Lina Schwarz inventò la celebre filastrocca. Da allora, il titolo è comparso circa settanta volte, venendo utilizzato persino da Francesco De Gregori per il suo storico album Viva l’Italia del 1979. Ancor più affollato è il terreno su cui si muove Chiello con Ti penso sempre, un titolo che detiene il primato attuale con ben settantacinque depositi alla SIAE. Anche le nuove generazioni sembrano attingere a piene mani dal passato remoto, come dimostrano le Bambole di Pezza: la loro Resta con me evoca un successo del 1935 di Carlo Buti, passando per le reinterpretazioni di Domenico Modugno, dei Lunapop e di Marco Carta.
Il dibattito sollevato da Bovi non è solo di natura artistica, ma tocca delicati risvolti legali legati al diritto d’autore. Da un lato, l’avvocato Giorgio Assumma ammonisce che l’uso di titoli identici genera una confusione alla quale gli autori originali o i loro eredi potrebbero opporsi, sostenendo che l’opera continui ad esistere senza limitazioni di tempo anche dopo essere caduta in pubblico dominio. Di parere opposto è l’avvocato Patrizio Visco, il quale sostiene che titoli brevi ed essenziali come Opera di Patty Pravo o Naturale di Leo Gassmann non costituiscano di per sé un’opera dell’ingegno tutelabile, rendendo il rischio di sanzioni praticamente nullo nel panorama pop contemporaneo.
In questo scenario di ripetizioni costanti, emerge la strategia curiosa di Ditonellapiaga, che è riuscita a distinguersi dai tre precedenti depositi del titolo Che fastidio semplicemente aggiungendo un punto esclamativo alla fine della parola. È un piccolo espediente che garantisce l’atipicità dell’opera in un archivio che conta decine di Sei tu, come quella di Levante, o Qui con me, presentata da Serena Brancale. Fortunatamente, come sottolinea Bovi, esistono ancora oasi di originalità assoluta: titoli come Italia starter pack di J-Ax, Ogni volta che non so volare di Enrico Nigiotti o Male necessario della coppia Fedez e Marco Masini dimostrano che è ancora possibile nominare un’emozione senza dover necessariamente sfogliare l’elenco dei successi di mezzo secolo fa.
La pagina de Il Fatto: Sanremo_Bovi_il Fatto Quotidiano_20260129












