San Marino. Si può parlare di sesso, o è ancora un tabù? … di Alberto Forcellini

Si chiama “Tutela e promozione della salute sessuale e riproduttiva della popolazione sammarinese” il progetto di legge depositato da Rete, che ha scatenato l’ultima (in senso cronologico) battaglia ideologica. Complice l’approssimarsi del referendum sulla depenalizzazione dell’aborto, il pdl mette in qualche maniera il dito nella piaga. Perché è vero che all’articolo 7 recepisce, amplia e perfeziona il contenuto del quesito referendario, ma affronta in maniera globale il tema della sessualità, intesa come componente essenziale della salute dell’individuo.

Prima domanda: era necessario un intervento legislativo sulla sessualità? Se è vero (e lo speriamo) che abbiamo superato il Medioevo, sì, era necessario. È anche vero che San Marino non è all’anno zero, tante cose sono state fatte con successo in tema di prevenzione sulla salute della donna: dalla gravidanza alla menopausa, contro i tumori della cervice e della mammella, la vaccinazione HPV e tanti altri servizi ospedalieri. Ma l’impressione generale è di interventi spot, non contenuti in un progetto generale di salute della donna. Per i maschi, poi, dopo l’infanzia, non c’è più nulla. Lo sanno tutti quanto sia importante la prevenzione, o anche una semplice visita andrologica nell’età puberale. Ma non la fa quasi nessuno. Salvo poi trovarsi in età adulta con una ridotta capacità riproduttiva o con altre patologie che potevano essere prevenute e curate molto tempo prima.

Incredibilmente, a San Marino, è vietata l’epidurale durante il parto; non si parla di sessualità in soggetti disabili; non c’è un consultorio pubblico; l’omosessualità in molte famiglie è ancora un dramma; non si parla di contraccezione, come se tutti sapessero tutto. Poi i ragazzini tornano a casa sconvolti perché l’amichetta è rimasta incinta.

Rete ha presentato un pdl come è nelle facoltà (aggiungeremmo anche “dovere”) di tutte le forze politiche, dei Consiglieri (anche singolarmente), delle Giunte di Castello, dei cittadini, che vogliono intervenire, migliorare, modernizzare l’apparato legislativo esistente. Quello di Rete non è il Vangelo, ma apre il dibattito su un tema divisivo, qual è appunto la sessualità e, annessa, l’interruzione volontaria di gravidanza.

Anche su questo argomento in particolare, non c’è alcuna contrapposizione con il comitato promotore del referendum, ma un pieno appoggio alla sua iniziativa, completandola.

E qui entriamo nella politica spicciola, che vede le ombre in ogni piccola mossa che viene fatta, o che non viene fatta. Soprattutto se ci sono forze politiche ideologicamente molto distanti.

Ad esempio la DC, che in Consiglio e sui media, si è dichiarata nettamente contraria al quesito referendario, anche se tra le sue file c’è chi è convinto che debba essere accolto per una questione di affermazione della libertà della persona, fattore imprescindibile in uno Stato Laico. Altrettanto accade in Rete, ma anche in altri partiti di sinistra, dove il quesito è sostenuto con convinzione, ma nessuno sceglierà mai l’aborto come unica ratio.

Avvicinamenti tra parti distanti anni luce, sembrano impossibili: ognuno rimane strettamente ancorato alla sua idea, o alla sua fede, come quando si parla di vaccini (non si è ancora visto un no-vax che abbia cambiato idea); o della propria squadra di calcio. In questa maniera, si va alla conta, come succede in uno Stato democratico. Cioè al voto.

In questo caso, Rete sembra che abbia voluto gettare un sasso in piccionaia non per segnare un punto a favore, ma proprio per dare un contributo di crescita su temi di cui ancor oggi si parla troppo poco, con troppi pregiudizi e spesso addirittura con ignoranza (in senso etimologico, ovviamente). Farlo in ambito politico è ancora più difficile, perché qui si innescano anche altri meccanismi. Infatti c’è già chi, pur di dare contro a Rete, sposa il referendum a prescindere.

Cosa succederà? Stando alle prime dichiarazioni, è intenzione del movimento aprire una fase di confronto per spiegare obiettivi e contenuti del pdl. Se si verificheranno le condizioni per un passaggio in prima lettura, magari nel Consiglio di luglio, si procede. Altrimenti, visti i tempi ormai ristretti, si va al referendum, che per Rete non è mai stato un tabù. Anzi, una delle espressioni più alte della democrazia.

Rimane insoluto un quesito: a San Marino si può parlare di sesso senza scatenare gli anatemi dell’Olimpo? La risposta sicuramente verrà dai prossimi accadimenti. In ogni caso, qualunque cosa avverrà, una pietra miliare è stata messa. Il primo passo per andare avanti su un tema sociale, sanitario, antropologico, che merita tutte le attenzioni. E anche la politica dovrebbe prenderne coscienza.

a/f