Il tema dell’accoglienza infiamma la piazza virtuale sammarinese, trasformando i social network in un’arena di scontro ideologico che riflette le tensioni della politica reale. Al centro del dibattito, l’arrivo in Repubblica di trenta profughi palestinesi, una decisione che sta spaccando l’opinione pubblica tra chi invoca il diritto umanitario universale e chi, invece, denuncia una strumentalizzazione politica della solidarietà. A lanciare il sasso nello stagno, con un post su Facebook divenuto virale in poche ore, è il sammarinese Agostino Corbelli, che punta il dito contro quella che definisce una “moda” politica, rea di aver trasformato un dramma umano in bandiera di parte.
“La solidarietà non è argomento politico, se ci consideriamo esseri umani l’essere solidali ne è la logica conseguenza”, esordisce Corbelli nel suo lungo sfogo, tracciando subito una linea netta tra l’aiuto disinteressato e l’attivismo militante. Secondo l’autore del post, la reazione contraria di una parte della cittadinanza non nasce da mancanza di empatia, ma dal fatto che i palestinesi siano stati “presi in ostaggio da una parte politica” e trasformati in un simbolo, diversamente da altri popoli oppressi che non godono della stessa attenzione mediatica.
L’affondo di Corbelli tocca corde scoperte della geopolitica e della storia recente: “Quanti popoli nel mondo soffrono come i palestinesi e anche di più? Popoli che non hanno mai fatto atti terroristici, popoli ai quali è stato tolto tutto”, si legge nel post, che cita espressamente tibetani, vittime del Darfur, yemeniti e cambogiani. “Possibile che nessuno se li caghi?”, prosegue con tono colorito ma diretto, accusando la politica locale di inseguire “finti buonisti” e di aver perso tempo in mozioni ideologiche invece di concentrarsi sulla “situazione disastrosa in cui versa il nostro Stato”.
Il paragone storico corre poi al momento più alto dell’accoglienza sammarinese, quello dei centomila rifugiati durante la Seconda Guerra Mondiale. “Non dicono che furono i sammarinesi a promuovere questo”, sottolinea Corbelli, ricordando come chi cercò riparo nelle gallerie del Titano fu “ben accettato, sfamato e protetto perché non era un simbolo politico ma un fratello”. La chiosa è sferzante verso la classe politica: “Mettetevi le vostre spillette ma per favore toglietevi dalle palle il prima possibile”.
Immediata la reazione nei commenti, che restituisce la fotografia di un Paese diviso. Da una parte c’è chi contesta duramente la tesi di Corbelli, sostenendo che la solidarietà diventa politica proprio “nel momento in cui scegli a chi negarla”. Secondo questa linea di pensiero, il diritto d’asilo non può funzionare come una “lista dei desideri” e tirare in ballo altre popolazioni oppresse sarebbe solo un alibi per non agire nel presente. “Se domani arrivano 30 tibetani o 30 bambini del Darfur, vanno accolti uguale”, ribatte un utente, difendendo la coerenza dell’intervento umanitario e respingendo l’accusa di propaganda.
Sul fronte opposto, molti appoggiano la visione di Corbelli, rincarando la dose con toni accesi. C’è chi evoca questioni di sicurezza, domandandosi se la Repubblica disponga degli apparati adeguati per “prevenire e contrastare il terrorismo”, e chi legge l’operazione come una mossa dettata dalla “convenienza economica” per compiacere l’Europa. Non mancano voci che denunciano l’ideologizzazione dell’accoglienza: “Quando un’accoglienza è legata a una ideologia non è più accoglienza”, scrive un cittadino, chiedendo perché non si mostri la stessa solerzia verso le popolazioni cristiane perseguitate in Africa.
Tra accuse di razzismo rispedite al mittente e appelli a una solidarietà “vera e genuina”, il botta e risposta prosegue serrato. Se per Corbelli i palestinesi sono diventati “la moda di una parte politica che li usa per altri scopi”, per i sostenitori dell’accoglienza difendere i civili non significa sostenere Hamas, ma applicare un principio che non dovrebbe conoscere confini o bandiere. Resta sul tavolo una questione complessa, dove l’etica umanitaria si scontra con la percezione di una gestione politica che, agli occhi di una parte del Paese, appare distante dalle reali priorità della comunità.













