Si è concluso con un’assoluzione per insufficienza di prove il processo a carico di Giuseppe Farella, accusato di appropriazione indebita per la mancata restituzione di un telefono cellulare di proprietà della TMS (Telefonia Mobile Sammarinese). Una vicenda che, tra le mura del Tribunale, ha portato alla luce i contorni sfumati di una cessione societaria poco chiara e il dramma personale dell’imputato.

L’accusa e la “scatola vuota”
Al centro del dibattimento, la sottoscrizione di un contratto per un apparato telefonico mai onorato nei pagamenti e mai restituito. Secondo la parte civile, il Farella, in qualità di legale rappresentante della società al momento della contestazione (gennaio 2024), avrebbe dovuto rispondere della disponibilità del bene aziendale.
Però, la difesa ha scardinato l’impianto accusatorio producendo la documentazione contabile e societaria. Dalle carte è emerso che il contratto era stato firmato in precedenza da una tale Micaela, precedente amministratrice della ditta. Farella è subentrato solo successivamente, acquistando le quote di quella che si è rivelata essere una realtà ormai inattiva.
La testimonianza: “Ho trovato il negozio sbarrato” Sentito in aula, l’imputato ha ricostruito i mesi convulsi del suo subentro: ‘
“Mi sono fidato, ho preso la ditta perché mi avevano proposto l’idea di vendere abbigliamento a San Marino. Ma quando sono andato alla sede, non potevo entrare: era tutto sbarrato.”
Farella ha riferito di aver cercato i precedenti proprietari, scoprendo una situazione surreale: l’ex socia era sparita e il convivente di quest’ultima avrebbe tentato un gesto estremo durante un controllo delle forze dell’ordine a Riccione. “Mi sto prendendo la colpa di una cosa che non ho mai avuto,” ha ribadito con forza l’imputato. “Quel telefono non l’ho mai visto né usato.”
Il giallo della residenza e l’interrogatorio saltato.
Il Procuratore del Fisco ha inizialmente sollevato dubbi sulla condotta dell’uomo, che non si era presentato agli interrogatori della polizia giudiziaria né aveva ritirato le raccomandate. Farella ha giustificato le mancanze con la grave malattia della madre, che lo ha costretto a continui spostamenti tra Borghi, Rimini e le Marche: “Ero fuori di me per mia mamma, non pensavo che un telefono potesse scatenare tutto questo.”
Nonostante la parte civile abbia insistito per la condanna e il pagamento di una provvisionale di 470 euro, lo stesso Procuratore del Fisco, nelle conclusioni, ha ammesso la fragilità del quadro probatorio.
Il Commissario della Legge, accogliendo le tesi difensive, ha pronunciato sentenza di assoluzione con formula dubitativa (insufficienza di prove). Resta confermato che l’imputato non ebbe alcun ruolo nella sottoscrizione originaria del contratto e che non vi è prova certa che sia mai entrato in possesso del dispositivo.
/ms











