Scocca l’ora di Conte al Senato. Prove di nuova maggioranza

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Il premier affronta l’Aula dopo lo strappo di Salvini e poi salirà al Colle. Dimissioni subito oppure melina

Si aspettano tutti un discorso fiume. Ma sarà una requisitoria contro Salvini «il traditore» o più un peana sui meriti del governo? È uno degli snodi decisivi in quello che si appresta a diventare l’ultimo giorno della prima era gialloverde.

Dal 15 agosto Giuseppe Conte si è chiuso nel silenzio, ha dato mandato di non divulgare nemmeno dettagli di colore su come si stava preparando all’intervento in Senato.

Cautela giustificata dal peso della partita di oggi: tutti temono imboscate da tutti. Proprio per questo la giornata di Palazzo Madama è stata organizzata nel modo più soft possibile. Il premier non farà una «informativa», su cui sarebbe stato possibile chiedere un voto, ma «comunicazioni». Al termine, è prevista una discussione generale con l’eventuale presentazione di risoluzioni. Atti non vincolanti, ma che comunque possono essere votati, producendo effetti politici, a seconda di come sono congegnati e dei consensi che raccolgono. Nella riunione dei capigruppo alle 14,30, mezz’ora prima del dibattito, si saprà chi presenta risoluzioni.

La certezza è che Conte salirà al Quirinale dopo il suo intervento. Nodo decisivo, con quale formula lo farà. Se annunciasse subito dimissioni, si bloccherebbero i lavori dell’Aula e si eviterebbero voti su risoluzioni contro il premier che potrebbero diventare ostacoli sull’incarico per formare un nuovo governo. «Il sospetto – dice il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri – è che invece userà una formula più ambigua, per evitare di votare restando però in sella quanto basta per dare tempo alla nuova maggioranza di accordarsi: sarebbe un imbroglio». Ecco perché Forza Italia e Fdi presenteranno risoluzioni critiche contro il governo e insisteranno perché si voti. Anche la Lega pare intenzionata a presentare una risoluzione: se sarà nettamente contro Conte, sarà certificata la fine del contratto gialloverde.

I 5 Stelle tengono la loro mano coperta fino all’ultimo. Non hanno chiarito se presenteranno risoluzioni, ma ancora ieri Di Maio, all’assemblea dei parlamentari pentastellati, ha chiesto «piena fiducia nel discorso che farà Giuseppe Conte» che «non merita di essere trattato come in questi giorni e neanche di essere accusato di trame segrete». Significativo anche il passaggio in cui il capo politico del M5s ha parlato del taglio dei parlamentari come «obiettivo di legislatura» a cui aggiungere anche il taglio degli stipendi («c’è una nostra proposta»). Di certo non è parso il discorso di chi si avvia verso nuove elezioni. Anzi: Luigi Di Maio è apparso rinfrancato dopo il vertice a casa Grillo che gli ha riconfermato la fiducia. I 5S, ringalluzziti dalla defaillance della Lega e dalle divisioni nel Pd, hanno deciso di non subire il diktat dei renziani ed evitare di sacrificare Di Maio, nonostante ormai la fiducia del Movimento nei suoi confronti sia incrinata. Dunque potrebbero chiedere un posto al governo per Di Maio, mettendo comunque il veto sui renziani più esposti.

Mossa che però rende più complesso trovare la quadra tra Pd e M5s. La guerra delle risoluzioni e della procedura di oggi sarà significativa in questo senso. Se i due partiti del «contratto giallorosso» si muoveranno coordinati, manderanno un segnale forte al Colle. Ma Renzi ieri ha annunciato «un voto contro il governo Conte-Salvini-Di Maio che ha messo in ginocchio l’Italia». Si parte già in salita.

  • WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com