Ci sono notizie che non lasciano nessuno tranquillo, sono una ferita che non sappiamo come rimarginare e che diventano una domanda, per tutti.
Penso a Noelia Castillo Ramos. Così su Instagram del TG3: «È morta questa sera Noelia Castillo Ramos, una ragazza catalana di 25 anni che ha combattuto una lunga battaglia legale per ottenere l’eutanasia, alla quale suo padre si opponeva.
Noelia era rimasta paraplegica dopo un tentativo di suicidio: si era lanciata dal quinto piano, dopo aver subito violenze sessuali dal suo ex compagno e poi da parte di altri tre uomini in discoteca. La sua paraplegia la teneva inchiodata su una sedia a rotelle da anni, procurandole gravi sofferenze fisiche e psicologiche… Oggi il via libera definitivo, dopo che il Tribunale di Istruzione di Barcellona, il Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, il Tribunale Supremo, la Corte costituzionale spagnola all’unanimità e anche il Tribunale europeo dei Diritti umani avevano respinto tutti i ricorsi del padre, che continuava a sostenere la sua incapacità di decidere.
Noelia ha raccontato in tv la sua sofferenza fisica e i suoi profondi problemi psicologici. “Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato” ha raccontato nell’ultima intervista, “voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire, ho molta difficoltà a dormire e soffro di dolori fisici quotidiani”.»
E la ferita viene riaperta dalla valanga di commenti sui social.
E penso a quel ragazzino di 13 anni, che, sentendosi umiliato dalla sua insegnante, ha tentato di ucciderla, così commentando il suo gesto: «Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico e non sono un imitatore di un precedente attacco scolastico. Voglio essere riconosciuto per andare contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre alla mia. La vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono qualcosa che dovrei seguire, ma che dovrei infrangere, e non c’è niente di meglio per farlo che vendicarsi».
“L’odio è uno dei pochi tabù che non si riescono a infrangere, più del sesso o della morte. Eppure tutti lo proviamo: «Io da due a sei volte alla settimana, e così spero di voi», scherza Michela Murgia in questo libro irriverente, nato da una serie di lezioni pubbliche tenute qualche anno fa. La sua tesi è che l’odio possa essere una virtù, dipende da come lo pratichiamo. Per esempio, con Odio gli indifferenti Antonio Gramsci ha mostrato che, se riconosciuto e disciplinato, questo sentimento non è per forza distruttivo. Passando dalle maledizioni sarde ai salmi biblici, da Grazia Deledda alle lettere di san Paolo, Murgia smonta i nostri pregiudizi e rivendica il diritto di odiare – specialmente i prevaricatori, i prepotenti, tutti coloro che non credono nella responsabilità collettiva del bene. E compie così il miracolo di parlare ancora del nostro tempo, che dall’odio distruttivo è inquinato; sembra rivolgersi proprio a noi che continuiamo ad abitarlo, con la consueta ironia e la lucidità profetica di una voce che nulla potrà mai spegnere.
«Chi sa di provare l’odio vive continuamente in un contesto che gli vieta, per via della presenza del tabù, di dirlo, di manifestarlo, di dichiararlo, di praticarlo. Deve vivere come un fuorilegge. Io vivo malissimo, ve lo dico: le mie giornate sono terribili, perché due terzi del mio tempo lo devo passare (o lo dovrei passare) a inventare scuse per camuffare quello che in realtà provo – che è l’odio, appunto. Gli analfabeti relazionali che mi circondano credono di vedere odio in certe cose normali che faccio o dico, come per esempio quando addito l’ipocrisia dei vincoli censori e delle disorganizzazioni in cui il loro, di odio, si trasforma in autogiustificazione o violenza. Allo stesso tempo neanche immaginano il vero, autentico odio che coltivo, e che devo nascondergli perché altrimenti risulterei sgradevole, stridente e isterica – cioè donna».” [Dalla pubblicità del libro di M. Murgia, Lezioni sull’odio]
Ma non c’è proprio altra strada? Possiamo restare indifferenti di fronte all’odio, per sé o per la vita altrui, senza riconoscere le misteriose strade che lo hanno generato e lo alimentano in continuazione? Non è forse questo il tempo di costruire spazi per l’umano e l’educazione che indichino un cammino di amore, bellezza, responsabilità… o, ancora meglio, di speranza per noi e per il mondo intero?
Come potremo guardare i nostri ragazzi, e chi soffre, con quella attitudine, con quella virtù che chiamiamo «misericordia»? Com-passione, patimento e passione comune, lotta per una umanità da amare con tutto noi stessi?
Pensiamo qualche volta che rivendicare il «diritto alla morte» propria o altrui è la ragione dello sconvolgimento che proviamo e viviamo?
E riconosciamo che non è tabù o passatismo ricordare che siamo stirpe di santi?
don Gabriele Mangiarotti












