Siria: cessate il fuoco. Vince Trump e la pace

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Cessate il fuoco di cinque giorni: l’accordo siglato ieri tra Recep Erdogan e Mike Pence che ferma la campagna turca nel Nord-Est della Siria chiude una criticità a rischio disastro. E salva Trump ed Erdogan.

Trump, infatti, stava subendo critiche sempre più stringenti al suo ordine di ritirare le truppe americane dalla Siria, che ha dato modo al presidente turco di attaccare.

Le difficoltà di Trump

Una mozione di condanna a tale decisione era passata alla Camera con l’adesione di gran parte dei repubblicani, che avevano così preso le distanze dal loro presidente.

E solo una mossa ostativa da parte del presidente del Senato, che non ha concesso il voto, aveva impedito analoga condanna da parte dell’altro ramo del Congresso.

I repubblicani erano in difficoltà a difendere il presidente. Se era possibile giustificare il disimpegno da un’area non più rilevante, risultava però devastante l’accusa di aver messo i curdi, preziosi alleati anti-Isis, nelle mani di Erdogan.

Da qui l’improcrastinabile necessità per Trump di chiudere la guerra e le iniziative conseguenti, cioè la lettera spedita a Erdogan per invitarlo a desistere dalle ostilità e l’invio ad Ankara di una delegazione guidata dal suo vicepresidente.

Le iniziative di Trump apparivano vane agli occhi dei media, che riportavano come Erdogan avesse gettato nel cestino la missiva ed enfatizzavano la sua risposta spocchiosa sugli inviati americani: “Non parlerò con loro […] parlerò con Trump quando verrà qui”.

L’accordo salva Erdogan

In realtà c’era certa enfasi tossica nel riferire le bizze del sultano, che certo ha un’alta stima di sé, ma non è tanto sciocco da sfidare apertamente gli Usa.

Così non solo ha ricevuto Pence, ma ci ha anche fatto un accordo che gli oppositori del presidente Usa speravano non arrivasse mai, perché consegna una vittoria a Trump e gli toglie un’arma di contrasto.

Da qui anche la spinta a sminuire l’intesa perché avrebbe il difetto di essere provvisoria. Massimalismo astratto, dato che non si poteva ottenere un subitaneo accordo ad ampio raggio nel caos siriano. E strumentale: serve a negare a Trump l’indubbio merito, almeno in questo frangente, di aver salvato vite.

L’intesa salva Erdogan. Infatti, il blitzkrieg turco nel Nord-Est della Siria, scrive Debkafile, da “domenica aveva subito una flessione”. L’imprevisto accordo tra curdi e siriani lo aveva reso arduo e il supporto russo ai difensori impossibile.

Mosca non ha solo chiesto, come altri, la fine delle ostilità e dispiegato i suoi militari come forza di interposizione tra le patri, ma ha anche aiutato attivamente i difensori, inviando un SU-22 a intercettare un jet turco a Mambij. Segnale forte ad Ankara sull’inviolabilità dei cieli siriani.

Negato così alla campagna militare turca il supporto dell’aviazione, Erdogan rischiava grosso. Con rischi che andavano a sommarsi al progressivo isolamento internazionale, insostenibile alla lunga anche sul piano economico.

Il sultano sapeva che il suo risiko non poteva durare, ma sperava di ottenere qualche successo prima di aprire i negoziati. E potrebbe non aver cestinato tale speranza, da cui il rischio di una ripresa del conflitto.

Ma tra cinque giorni le forze di Damasco avranno sviluppato il loro dispiegamento al confine turco, interponendosi tra le forze di Ankara e le milizie curde. L’esercito turco dovrebbe quindi attaccare l’esercito siriano, mettendosi in rotta con i russi. Rischioso.

Il volto teso di Erdogan nella photo opportunity con Pence, dunque, non è motivato solo dal fatto di aver dovuto accettare la tregua richiesta, ma dalla consapevolezza che i suoi spazi di manovra nella regione si sono ristretti.

Le Siria e le ambiguità del Rojava

La seconda criticità dell’intesa sta nell’ambiguità dei curdi, che secondo gli accordi  dovrebbero ritirare le proprie milizie dal confine con la Turchia, realizzando quei 30 Km di fascia smilitarizzata richiesti dal sultano. Da vedere se lo farà.

Se ciò accadesse, Erdogan raggiungerebbe lo scopo dichiarato dell’offensiva, cioè la sicurezza dei confini, minacciati, a suo dire, dalla presenza di tali milizie.

Non raggiungerebbe però l’obiettivo vero, quello di occupare quel territorio e insediarvi siriani rifugiati in Turchia per porre fine alla continuità tra le comunità curde della regione e impedire così la nascita di uno Stato curdo (vedi Piccolenote).

Il progetto di Erdogan non piace ai curdi, contrari a “cambiamenti demografici” nella “loro” regione (al Arabya), quel Rojava mitizzato dai media che è un’entità politica enigmatica. I curdi, infatti, sono arrivati in Siria solo negli ultimi decenni, in fuga dalle repressione turca o dal caos iracheno post-intervento-Usa (Piccolenote).

Con l’intervento americano in Siria (giustificato come campagna anti-Isis) il Rojava è diventato una sorta di colonia americana, utile per contrastare Assad, porre criticità alla mezzaluna sciita (l’asse Teheran-Libano, vedi Piccolenote) e controllare i pozzi petroliferi siriani.

Una storia, passata e presente, che porta Damasco a diffidare delle aspirazioni del Rojava, cui ha più volte offerto autonomia, evitando però concessioni al nazionalismo curdo.

Tante le criticità da risolvere. Ci vorrà tempo. Nel frattempo, però, il cessate il fuoco siglato da Trump-Pence ed Erdogan potrebbe diventare duraturo. Non è poco.

  • WP Facebook Auto Publish Powered By : XYZScripts.com