Stefano Pontecorvo: “Nato e Ue non sono gabbie, ora l’Italia può farsi valere”

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  • Il nome di Stefano Pontecorvo, ex ambasciatore in Pakistan e alto rappresentante della Nato in Afghanistan, dove ha coordinato in prima persona l’evacuazione di centinaia di migliaia di civili dopo la presa di Kabul da parte dei Talebani, è finito da giorni nel toto-ministri. Si parla di un possibile incarico alla Difesa – è già stato consigliere diplomatico di tre ministri – o alla Farnesina. “La Meloni? La sento tutti giorni in televisione. Per la figura del ministro degli Esteri non ne ho idea, ma so una cosa: ha preso un partito al 4 per cento e l’ha portato al 26, sa sicuramente quello che sta facendo”, dice ai giornalisti a margine di Italian Conservatism, l’evento organizzato da Nazione Futura, Fondazione Tatarella e dalla rivista The european conservative a una settimana dal voto che ha sancito la vittoria del centrodestra.

    A differenza di Guido Crosetto e Giulio Terzi di Sant’Agata che, anche loro in odore di ministero, hanno disdetto la partecipazione all’ultimo minuto per motivi personali, il diplomatico ha preso parte alla convention, accennando a quello che dovrebbe essere l’indirizzo della politica estera italiana nei prossimi anni. “Unione europea e Nato sono due ancoraggi italiani e sono imprescindibili”, mette in chiaro. “E questo – rimarca – è anche l’orientamento della nuova dirigenza a italiana”. Non sono “gabbie” ma organizzazioni “in cui l’Italia conta se vuole contare”.

    “Bisogna trovare il modo di perseguire i nostri interessi, che ora sono principalmente energetici”, sottolinea l’ambasciatore. “Per fare questo – ha spiegato – è necessario avere le idee chiare su quale politica estera dobbiamo perseguire usando tutti gli strumenti: il soft power che conta moltissimo, il sistema industriale, il nostro strumento militare invidiabile, una diplomazia che funziona”. “Un governo che ha un forte mandato popolare come il prossimo”, è convinto, ha le carte in regola per farsi valere in Europa, dove “la locomotiva franco-tedesca è stata sostituita da istituzioni comunitarie rafforzate rispetto al passato”, e all’interno dell’Alleanza Atlantica.

    “L’Italia non si è sempre comportata da Paese serio – è l’appunto del diplomatico – ma le potenzialità ci sono, gli altri le vedono e dobbiamo vederle anche noi”. Non è vero che fuori dai nostri confini vogliono un’Italia “appiattita”. Anzi. Ci sono nazioni, come la Libia, “che vorrebbero che noi prendessimo iniziative”. Tra le priorità ci sarà quindi anche quella di “rivitalizzare i rapporti con i Paesi del Mediterraneo, del Medio Oriente, e con quelli asiatici che guardano a noi”. Sulle sanzioni alla Russia l’ambasciatore è netto: “Il dibattito tra sanzioni sì e sanzioni no va contro l’interesse nazionale. Non bisogna discutere di questo ma di come minimizzare l’impatto delle sanzioni sul sistema Italia con misure come il tetto al prezzo del gas o il disaccoppiamento tra i prezzi di gas ed elettricità”.

    Anche Michela Mercuri, docente di geopolitica all’università di Padova ed esperta di Medio Oriente e Nord Africa, è convinta che l’Italia debba recuperare terreno sull’altra sponda del Mare Nostrum, dove la ritirata dell’Occidente ha portato attori come la Russia e la Turchia a guadagnare spazi sempre maggiori. “Dalla Libia parte un gasdotto, il Greenstream, che potrebbe portare in Italia il 12 per cento del nostro fabbisogno di gas e che ora ne porta soltanto il 3 per cento perché c’è una guerra che nessuno ha saputo fermare”, spiega l’analista. “Nel Mediterraneo l’Italia potrebbe essere una grande potenza ma negli ultimi anni è stata una Ferrari guidata da un neopatentato. Diamo a questa Ferrari un pilota e possiamo vincere”, è la conclusione.

    A partecipare al dibattito anche il giornalista de La Verità, Francesco Borgonovo, e il corrispondente di guerra del Giornale, Fausto Biloslavo, che in questi mesi ha documentato coraggiosamente il conflitto russo-ucraino lungo tutta la linea del fronte, raccontando la guerra ai lettori senza filtri. Anche lui non esitato a definire l’intervento occidentale in Libia “il più grave errore strategico dopo la seconda Guerra Mondiale”. E ha messo in guardia sui rischi dell’esportazione della democrazia: “Ha gettato nel caos l’Afghanistan, ha prodotto la crisi libica e ha creato il terreno fertile per la nascita dell’Isis in Iraq, quindi bisogna stare attenti perché in certi casi non funziona”.


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