sviluppi nella vicenda del sito "caccia allo sbirro"

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  • Agli attacchi dei sovversivi anti-polizia rispondono gli hacker di destra: “Vita difficile ai comunisti”. Al vecchio indirizzo compare il sito di un social network. Tracce fino a Milano

    SI È SCATENATA la caccia elettronica ai ‘cacciatori di sbirri’, che hanno messo in rete le foto di decine di poliziotti, invitando gli utenti a divulgare i dati dei «servi della borghesia». Da ieri la home page dell’inquietante sito è svanita nel nulla, o forse è semplicemente stata spostata. Di certo, non compare più all’indirizzo che era stato segnalato in una mail fatta circolare dal (nuovo) Pci per promuovere l’iniziativa. «Può essere nascosto altrove», ipotizza un investigatore della polizia postale. Ma a rimuovere le pagine della vergogna potrebbe essere stato anche un ignoto pirata informatico che ha voluto così dare una mano ai poliziotti.

    AD AVVALORARE la seconda tesi c’è un’altra circostanza: il sito de ‘La voce’, organo di propaganda del (nuovo) Pci, è stato pesantemente attaccato a più riprese dagli hacker. Ieri, aprendo la home page, invece dell’articolo che invitava a collaborare al sito ‘Caccia allo sbirro’ compariva un messaggio firmato ‘NetGods Hacker Crew’, che si può tradurre come Squadra pirati ‘gli Dei della Rete’. La sigla era accompagnata da un teschio con il berretto da poliziotto e il testo, tra le altre cose, recitava: «NetGods Crew a favore delle forze dell’ordine!! No all’infame divulgazione delle informazioni personali!! Rendiamo la vita difficile ai comunisti, terroristi e provocatori! Sabotiamo il controllo comunista!». Quasi contemporaneamente su un altro dominio riconducibile alla ‘Voce’ del (nuovo) Pci si leggeva: «Sito ripristinato dopo attacco repressivo di oscuramento. Lavori in corso».

    IL MESSAGGIO dei pirati pro-polizia è stato rimosso dai gestori ma in serata ne è comparso un altro in lingua inglese, con la stessa firma, che ribadiva il concetto: «Caro amministratore, puoi cambiare articolo ma non puoi cambiare la testa delle persone oneste». La guerra elettronica è stata seguita in diretta dai guardiani del web, quegli uomini della polizia postale che, come ha detto l’altro giorno il procuratore reggente di Bologna, Silverio Piro, hanno armi giuridiche «un po’ spuntate» contro i reati nell’ambiente virtuale, che quasi sempre si avvalgono di server situati all’estero. Gli investigatori cercano di capire chi e con quali finalità abbia rimosso le pagine della ‘Caccia allo sbirro’. Al vecchio indirizzo compare la home page di un social network denominato ‘mybookface’, un incrocio tra ‘myspace’ e ‘facebook’. Le tracce digitali dell’intervento portano a un profilo chiamato Peppino, che si è registrato come donna di 40 anni residente a Milano. La controffensiva non finisce qui.

    COME PROMESSO l’altro giorno in un intervento sul forum del sindacato di polizia Sap, un’utente denominata Natascia la Pratese, che si presenta come poliziotta, ha creato un blog di sponda opposta intitolato ‘Hunting the Anarchists!’, ovvero ‘Caccia agli anarchici!’. La ragione sociale suona così: «Caccia all’anarchico insurrezionalista delinquente devastatore di città!». «Voglio scendere al livello di queste m…. — dice la blogger —. Pertanto, vi chiedo di inviare nomi, numeri, dati e informazioni su questi soggetti, anarchici, insurrezionalisti, centri sociali, estremisti e quant’altro. Ci limiteremo a sputtanarli. Ma li staneremo!». Sulla vicenda è intervenuto ieri anche il leghista Mario Borghezio. «Lo Stato intervenga con la massima urgenza — ha detto — per assicurare e difendere i poliziotti e i carabinieri esposti alle schedature informatiche dei No-Global, potenziali terroristi, sicuri delinquenti». Borghezio rivela che «il fenomeno dilaga da tempo anche a Torino, dove le fotografie del personale della Digos, uomini e donne, sono state diffuse con volantini affissi nelle zone ‘calde’ della città come Porta Palazzo o San Salvario. Questa attività criminale di schedatura di chi viene inviato in prima fila a difendere la legge e l’ordine è indegna di un paese civile».