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(di Elisabetta Stefanelli) (ANSA) – ROMA, 19 GEN – TEA RANNO, ”UN TRAM PER LA VITA”
(Il Battello a vapore, pag. 160, euro 16,00).
”Ho scelto di raccontare la storia di Emanuele Di Porto
perché è una storia di speranza: “Tra mille treni piombati per
la morte”, mi sono detta quando ho ascoltato la storia di
Emanuele, “c’è stato un tram che ha portato un bambino alla
vita, e questa mi è sembrata un’ottima ragione per scriverla”.
Lo racconta all’ANSA Tea Ranno, la scrittrice che in ”Un tram
per la vita” racconta appunto la vicenda di Emanuele Di Porto,
scampato ai rastrellamenti degli ebrei romani grazie all’aiuto
di alcuni semplici cittadini, che lo aiutarono a fuggire dal
tram dove si era trovato in trappola, proteggendolo con una
morsa di solidarietà. Era la mattina del 16 ottobre 1943 quando
i tedeschi fecero razzia nel ghetto, e lui aveva solo 12 anni.
Pensa che il punto di vista di un bambino – anche se lui nella
bellissima introduzione al volume dice di non esserlo mai stato
– sia più utile per entrare in un mondo di orrore? ”In realtà
la scelta del punto di vista non è stata ragionata: Emanuele,
raccontando, diceva “Io…” e davvero mi sembrava che,
nell’esprimersi, tornasse al tempo dei suoi dodici anni: il
ghetto, i tedeschi, i fascisti, la mamma che dice: “Resciùd,
scappa!”. Non ho fatto altro che assumere il suo punto di vista,
utilizzando le sue parole, le sue emozioni, il suo muoversi in
una realtà piena di insidie. In generale, credo che il punto di
vista di un bambino non aiuti a raccontare l’orrore: i bambini
sono schietti, diretti, senza sovrastrutture di garbo o
discrezione, perciò la narrazione dal loro punto di vista
diventa più cruda, meno retorica o allusiva (tutti espedienti
che rendono relativamente più facile la narrazione adulta)”.
Nell’introduzione Di Porto scrive che lei è intervenuta in forma
narrativa in alcuni momenti, quando ha sentito la necessità di ”integrare” la storia vera, che di fatto è molto romanzesca? ”Io sono intervenuta narrativamente perché ho voluto calare la
storia di Emanuele nel contesto più grande della Seconda Guerra
Mondiale, dunque ho avuto bisogno d’introdurre personaggi
d’invenzione – l’amico Attilio, per esempio – che mi
permettessero di raccontare eventi importanti (come l’attentato
di via Rasella, le Fosse Ardeatine, l’uccisione delle dieci
mamme sul ponte dell’Industria) dal punto di vista di un
personaggio più adulto, capace di renderli fruibili a un
bambino”.
A chi si rivolge il suo libro? Qual è il suo lettore ideale? ”Il libro si rivolge a tutti: ai bambini perché –
immedesimandosi in Emanuele – vivano empaticamente il suo
dolore, le sue paure, la fame e la miseria in cui è immerso;
agli adulti perché – dotati di maggiori strumenti di interazione
con la politica, la cultura, l’economia e le strutture sociali –
possano adoperarsi concretamente per la pace”.
Visto la scarsa conoscenza scolastica che hanno i ragazzi della
storia crede che la letteratura abbia una funzione accresciuta
dal punto di vista educativo su questi temi? ”Sì, ne sono convinta: la letteratura permette il
coinvolgimento emotivo del lettore, la sua possibilità di
entrare nel personaggio e di vivere la sua vita. Solo se “sentiamo”, se soffriamo insieme al protagonista di un romanzo,
diventiamo compartecipi della sua vita e ne conserviamo
memoria”. (ANSA).
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