Tempi, notizie e documenti: cosa “non torna” sulla spia di Mosca

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  • Un ufficiale di Marina in forza allo Stato Maggiore scatta delle foto dal suo computer. Poi, secondo le ricostruzioni dell’inchiesta, mette tutto in una scatola delle medicine e la consegna a un “addetto militare” russo in forza all’ambasciata a Roma. Il metodo va avanti per molti mesi, nei servizi segreti scatta l’allarme e, dopo una serie di pedinamenti, intervengono i Ros, che fermano i due dopo uno scambio in un parcheggio di Spinaceto, periferia sud di Roma.

    Un blitz in pieno stile Guerra fredda, come da Guerra fredda è la spy story che coinvolge l’Italia. È il solito vecchio triangolo Roma-Mosca-Washington, con la capitale d’Italia a fare da teatro a una guerra di spie che va avanti da decenni e che ora è semplicemente più mediatica, incapace di rimanere nelle segrete stanze dei servizi o in vecchi faldoni di cui nessuno saprà mai realmente nomi, fatti, entità del danno e metodi di lavoro. Del resto se si chiamano servizi segreti, e se le parole hanno ancora un senso, è chiaro che molto di quello che fanno debba rimanere tale. Quasi tutto. E la Repubblica gioca la sua sicurezza anche su questo.

    Denunciare pubblicamente la trama

    In questo caso, invece, di segreto non c’è stato praticamente nulla. Ed è già di per sé un elemento che va considerato. In poche ore, i media sapevano tutto dell’uomo accusato (formalmente) dalla Procura di Roma di aver venduto documenti ai russi. Sapevamo forza armata di appartenenza, reparto in cui era dislocato, nome, età, situazione familiare, entità delle somme con cui vendeva documenti Nato e italiani al Cremlino, e infine addirittura il metodo con cui questo avveniva. Fino alla descrizione praticamente fotografica dell’arresto avvenuto da parte dei carabinieri.

    Un fatto causale? Difficile quando si parla di azioni messe in piedi dai servizi segreti. Un modo per far affiorare il tutto e metterlo alla luce del Sole? Già più probabile. Ed è da qui che bisogna partire per ricostruire l’accaduto. Non perché qualcosa non torna nell’indagine, ma perché l’impressione è che esista una sorta di regola non scritta per cui alcuni casi vanno immediatamente portati all’attenzione dei media. E questo è sicuramente uno di questi.

    La dinamica impone delle riflessioni. Non è un mistero che in Italia da tempo sia in attività una rete di spie che coinvolge anche uomini del Cremlino. Non può non essere così semplicemente perché dai tempi dello scontro tra Nato e Unione sovietica l’Italia è un territorio di confine. Oltre Trieste, la Cortina di ferro lasciava lo spazio alle forze sovietiche di muoversi con assoluta libertà di manovra. La prossimità geografica diventa quindi per forza di cose anche prossimità politica, culturale e di intelligence. L’America lo sa e non ha mai mostrato di non saperlo. Gli episodi in tal senso si sprecano e negli ultimi anni si nota come la guerra di spionaggio e controspionaggio abbia preso una piega molto mediatica e numericamente importante. C’è sicuramente un problema che coinvolge l’Italia e che coinvolge sia i rapporti con la Russia che quelli con la Cina. Relazioni pericolose, secondo la Nato, che devono essere fermate al più presto.

    Quei documenti venduti per niente

    In questo caso la pericolosità dell’azione di Walter Biot, questo il nome del capitano di fregata arrestato dai Ros, sembra in ogni caso ridotto. Innanzitutto per il suo ruolo, perché non aveva accesso a documenti, sembra, estremamente delicati. In più per l’esiguità del prezzo pagato dai russi. Cinquemila euro è una cifra che, a naso, non vale una carriera, l’infamia e il carcere. Specialmente con una famiglia a carico e l’assenza di motivazioni ideologiche dietro il gesto. Sembra abbastanza difficile credere che un vero agente venduto a Mosca possa farsi beccare fotografando il proprio pc e poi lasciando tutto in una chiavetta Usb scambiandola in un parcheggio di un supermercato a fronte di un pagamento in contanti dentro scatolette di medicinali. L’impressione, dunque, è che non fosse esattamente una persona con in mano dossier veramente rilevanti. E questo si capisce anche dal fatto che i servizi lo pedinavano da mesi. Se avesse venduto documenti realmente importanti, non ci sarebbero stati più incontri dopo la scoperta del traffico.

    Le indiscrezioni in mano alle agenzie di stampa parlano di un uomo che si è venduto per “problemi familiari”. Una figlia disabile, una moglie senza lavoro dopo il coronavirus, quattro figli da mantenere e uno stipendio che non permette più di mantenere il tenore di vita di qualche mese prima. Lo ha confermato anche la moglie dell’ufficiale al Corriere della Sera: “Mio marito non voleva fottere il Paese, scusate la parola forte. E non l’ha fatto neanche questa volta, ve l’assicuro, ai russi ha dato il minimo che poteva dare. Niente di così compromettente. Perché non è uno stupido, un irresponsabile. Solo che era disperato. Disperato per il futuro nostro e dei figli. E così ha fatto questa cosa…“. “Walter era veramente in crisi da tempo – dice la donna al Corsera – aveva paura di non riuscire più a fronteggiare le tante spese che abbiamo. L’economia di casa. A causa del Covid ci siamo impoveriti“. “Tremila euro di stipendio non bastavano più per mandare avanti una famiglia con 4 figli, 4 cani, la casa di Pomezia ancora tutta da pagare, 268 mila euro di mutuo, 1.200 al mese. E poi la scuola, l’attività fisica, le palestre dei figli a cui lui non voleva assolutamente che dovessero rinunciare. Noi viviamo per i figli, abbiamo fatto sempre tanti sacrifici per loro. Niente vizi, niente lussi, attenzione, solo la vita quotidiana che però a lungo andare fa sentire il suo peso“. Intanto però ha tradito la patria.

    Una preda facile, quindi, per i servizi segreti, che da sempre si affacciano nei ministeri che contano e nelle caserme con le lusinghe di chi conosce i punti deboli degli uomini che compongono un certo reparto. Cinesi e russi in questo senso sono maestri, ma semplicemente perché noi siamo dall’altra parte della barricata e subiamo le loro sirene. Probabilmente il Gru, l’intelligence di Mosca, sapeva tutto di Biot e ha saputo colpire dove era il suo fianco scoperto. Questo non è ovviamente una scriminante, ma fa comprendere il metodo che è stato usato. I punti deboli diventano immediatamente punti di forza per l’avversario. Anche se in questo caso l’intelligence ha rassicurato la Nato che non si trattasse di un chissà quale asso nella manica della Russia. E forse lo si capisce anche dai metodi utilizzati dagli stessi agenti di Mosca.

    Il nodo diplomatico

    La Russia però rimane attonita di fronte a una figuraccia di queste dimensioni. Ambasciatore convocato alla Farnesina, espulsi subito l’uomo delle consegne e il suo diretto superiore. Mosca che è costretta a sfilarsi dicendo che dovrà prendere contromisure “simmetriche” all’espulsione dei due funzionari, mentre ribadisce la speranza che questo non intacchi i rapporti politici con Roma. Ed è proprio questo il punto che più interessa di più alcuni segmenti dell’intelligence e della diplomazia, che ora indagano su cosa e dove volesse arrivare il Gru. AdnKronos citava un interessante commento di una fonte vicina al dossier che sembrava abbastanza stupita da quello di cui era accusata la Russia: “Una mossa molto poco intelligente da parte russa ai danni di un Paese che si è sempre espresso per non interrompere il dialogo”.

    C’è di più, l’Italia è sempre stato un Paese molto vicino alle istanze russe. Forse il più vicino rispetto al blocco Nato. Dai governi italiani le accuse americane verso la Russia sono sempre state ripetute a mezza bocca, più per obblighi che per convinzione, e i rapporti tra i due Stati sono sempre stati molto diversi rispetto a quelli con altre nazioni atlantiche. “Perché mettere il dito nell’occhio di uno dei pochi Paesi che cerca di mantenere un rapporto decente?“, si chiede la fonte. Ed è su questo indizio che si gioca l’indagine sul motivo dietro questa spasmodica ricerca della notizia. L’impressione è che dopo la scoperta del tradimento, qualcuno abbia anche voluto lanciare un segnale politico: Luigi Di Maio in primis, che da sempre si è proposto come un referente di una diplomazia moderata nei confronti dei nemici strategici americani. Ma adesso il vento è cambiato: a Washington c’è un nuovo presidente, i rischi per l’intelligence sono molto alti. E la polarizzazione dello scontro fa sì che non si accettino più tentannamenti. È finita un’epoca: e l’Italia sembra doverne prendere atto.



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