La partita sulla Groenlandia entra in una fase più esplicita e meno diplomatica. Il primo ministro groenlandese Jens Frederik Nielsen ha messo un punto fermo alle reiterate uscite del presidente americano Donald Trump, che da giorni insiste sull’idea che gli Stati Uniti “abbiano bisogno” dell’isola artica per ragioni di sicurezza nazionale. La risposta da Nuuk è stata netta: “Adesso basta”. Dialogo sì, ma solo nei binari del diritto internazionale e nel rispetto delle istituzioni.
Il messaggio di Nielsen non lascia spazio a interpretazioni. Basta pressioni, basta insinuazioni, basta fantasie di annessione. La Groenlandia non è una terra senza voce né un vuoto geopolitico da riempire. È un territorio autonomo, con un governo legittimo, che fa parte della Corona danese e che rivendica il diritto di decidere del proprio futuro senza interferenze esterne. Il tono è fermo ma non ideologico: apertura al confronto, chiusura totale a ogni scorciatoia muscolare.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Trump non arretra. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One ha ribadito che la Groenlandia sarebbe strategicamente indispensabile per la sicurezza degli Stati Uniti, arrivando a sostenere che la Danimarca non sarebbe in grado di occuparsene adeguatamente. È una linea già vista: l’Artico come nuovo fronte della competizione globale, tra controllo delle rotte, risorse naturali e proiezione militare. Una visione da manuale di geopolitica classica, ma applicata con un linguaggio da ultimatum.
La Danimarca ha respinto senza esitazioni ogni ipotesi di annessione, ricordando che la Groenlandia è parte integrante del Regno e che esistono già accordi di difesa, anche in ambito NATO, che garantiscono la sicurezza dell’area. Nessun vuoto di sovranità, nessuna terra di nessuno. Il messaggio europeo è chiaro: i confini non si ridisegnano per dichiarazioni stampa.
Sul piano politico, la vicenda ha riattivato anche il dibattito europeo. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha invitato a osservare con attenzione le intenzioni reali di Trump, ma ha soprattutto sottolineato un punto chiave: l’Unione Europea deve prendere una posizione chiara e garantire l’indipendenza di un territorio che fa parte della Corona danese. Non è solo una questione groenlandese, ma un precedente che riguarda l’intero equilibrio europeo.
Tajani ha colto l’occasione per rilanciare un tema antico e sempre rinviato: la difesa comune europea. Non un semplice coordinamento, ma qualcosa di strutturato, capace di integrare difesa tradizionale, sicurezza strategica e dimensione cibernetica. Un progetto che, come ha ricordato, affonda le radici nel pensiero di Alcide De Gasperi e che Silvio Berlusconi aveva rimesso al centro del dibattito politico. Oggi, con l’Artico sotto pressione e gli Stati Uniti sempre più assertivi, quel tema smette di essere teorico.
In sintesi, la Groenlandia diventa il simbolo di uno scontro più ampio. Da un lato, la logica delle grandi potenze che rivendicano spazi strategici in nome della sicurezza. Dall’altro, il principio – antico quanto fragile – della sovranità e del diritto internazionale. Nielsen ha parlato chiaro: la Groenlandia non è in vendita e non è negoziabile sotto minaccia. Ora la palla passa all’Europa, chiamata a dimostrare se sa difendere i propri confini politici prima ancora di quelli geografici











