Tra selfie e mozzarelle di bufala: “Giorgia, non deluderci”

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  • Milano. Applausi, «selfie» e cautela istituzionale. Giorgia Meloni arriva a Milano. Torna venti giorni dopo il suo discorso in Duomo (fu l’unico politico a sfidare la piazza di Milano) e lo fa da presidente del Consiglio «in pectore».

    Ospite del Villaggio Coldiretti di Milano, è alla sua prima uscita ufficiale dopo lo storico voto che ha regalato al suo partito la maggioranza relativa e a lei – prima donna e prima esponente della destra italiana – la concreta prospettiva di guidare il governo. «Se dovessimo essere chiamati a governare». Per un paio di volte usa questa formula di riguardo nei confronti del Quirinale, ma lo sa che tocca e lei. Sembra emozionata, ben lontana dalla spavalderia che può avere un vincitore incosciente, preoccupata per il momento delicatissimo in cui assume questa responsabilità di governo, davanti al Paese e alla sua comunità politica.

    «Non ci deludere» grida qualcuno. L’entusiasmo dei sostenitori si fa sentire. Meloni spiega di avere «evitato uscite pubbliche dopo le elezioni» per dedicarsi «ai dossier più urgenti». Tra sapori e profumi del made in Italy, Coldiretti le riserva un’accoglienza calorosa, dalla platea del Villaggio allestito al Castello Sforzesco si levano applausi e cori.

    Giorgia è vestita sportiva, all’ingresso le va incontro Ignazio La Russa. In quel momento, parte la canzone di Rino Gaetano che è diventata inno della sua campagna elettorale: «A mano a mano». E a mano a mano, Meloni abbandona un po’ della ritrosia verbale degli ultimi giorni: «Se saremo chiamati a governare – assicura – abbiamo in mente di dare risposte immediate ed efficaci alla nostra nazione» ed entrare nel nocciolo delle questioni. Individua la stella polare: «La cultura dell’Italia deve tornare a partire dalla difesa del suo interesse nazionale per trovare soluzioni comuni. È qualcosa che cambierà nei prossimi mesi. Non vuol dire avere un approccio negativo verso gli altri, ma positivo verso se stessi».

    Questa la chiave con cui si sta avvicinando a Palazzo Chigi. Sfumare gli accenti sovranisti, tenendo il punto sulla difesa degli interessi nazionali. A Milano il Pd in questi anni ha costruito una sua piccola roccaforte, e anche domenica scorsa, in controtendenza col dato nazionale, è risultato primo partito davanti a FdI.

    Ma a Milano, a una platea di imprenditori, agricoli e non solo, Meloni torna a declinare la sua idea di rapporto fra Stato e aziende. Un’idea affatto statalista, anzi: «La nostra bussola – spiega – è un concetto molto semplice: non disturbare chi vuole fare, chi vuole produrre ricchezza, chi vuole lavorare». Accenti liberisti, insomma, che già aveva accarezzato venti giorni fa.

    Scesa dal palco, visita gli stand del villaggio seguita da un centinaio tra giornalisti e cittadini, si ferma a un banco che vende mozzarella di bufala per firmare una petizione contro il cibo «sintetico». Assaggia la mozzarella e il parmigiano, poi si dirige verso l’uscita del parco e, incitata dai fotografi che la stuzzicano su Matteo Salvini, manda un bacio alle telecamere. La sua era ormai è iniziata.


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