Oggi l’emergenza geopolitica e il rincaro insostenibile dei carburanti hanno costretto le nazioni a un drastico passo indietro sulle politiche ambientali, portando alla riattivazione su larga scala delle vecchie centrali termoelettriche dismesse. Di fronte alla profonda crisi scaturita dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, anche l’Italia ha scelto di correre ai ripari, ufficializzando lo slittamento della definitiva uscita dal carbone al 2038.
La grave carenza di approvvigionamenti legata alle tensioni sullo Stretto di Hormuz ha generato un clima di imminente austerità. Con le pompe di benzina che erogano gasolio a oltre due euro al litro e il rischio concreto di blocchi aeroportuali o scaffali vuoti nei mesi estivi, la dipendenza estera per gli idrocarburi si sta rivelando estremamente onerosa. Per scongiurare il collasso, i governi stanno riaccendendo i camini delle strutture più inquinanti. Nel continente asiatico i combustibili fossili solidi soddisfano ancora la metà del fabbisogno energetico complessivo, mentre negli Stati Uniti i grandi imprenditori minerari stanno accumulando enormi fortune cavalcando l’attuale carenza di alternative.
Il ritorno di fiamma per il carbone certifica i pesanti ritardi della tanto decantata transizione ecologica. Già alla fine del 2023 le istituzioni comunitarie europee avevano segnalato l’inadeguatezza dei piani statali per raggiungere i parametri fissati per la fine del decennio. Per centrare l’obiettivo servirebbero investimenti colossali, stimati in circa seicentosessanta miliardi di euro annui, cifre che le amministrazioni pubbliche faticano a stanziare, preferendo dirottare i capitali verso il potenziamento della difesa militare.
Nonostante alcuni picchi positivi, come il primato continentale dell’energia solare raggiunto nell’estate del 2025 o il superamento del quarantasette percento di elettricità pulita prodotta in Europa nel 2024, il ritmo di crescita risulta troppo blando. Guardando al panorama italiano, il recente dossier della Fondazione per lo sviluppo sostenibile ha evidenziato come l’anno passato le fonti rinnovabili si siano fermate al quarantanove percento della generazione nazionale. Per rispettare i traguardi fissati al 2030, la quota dovrebbe raddoppiare in appena sei anni: un’accelerazione mai realmente iniziata e oggi definitivamente frenata dal ritorno in funzione dei vecchi complessi a carbone.












