Travaglio non si rassegna all’assoluzione. E attacca ancora Berlusconi

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  • Niente da fare: il fronte giustizialista non si rassegna all’assoluzione per Silvio Berlusconi nel ramo senese del Ruby ter.

    Il Fatto Quotidiano, questa mattina, ha dimostrato di cercare ulteriori motivazioni. Il fine? Quello di provare a ridimensionare un evento giuridico che mina una certa narrativa. Di sicuro, si vorrebbe evitare che il leader di Forza Italia diventi un candidato effettivo per il Colle. E allora giù con tutta una serie di considerazioni, verrebbe da dire un dossieraggio, tese magari a screditare la credibilità istituzionale di una figura “centrale” per gli equilibri del Belpaese e ormai a tutti gli effetti “papabile” per il Quirinale, come ha scritto questa mattina il direttore Augusto Minzolini.

    Un ripescare altro – quello de Il Fatto – che assomiglia tanto alla declinazione di una paura: che Berlusconi al Colle ci finisca per davvero. Così arriva un paginone “giudiziario” su tutto quello che, stando sempre alla narrativa di cui sopra, potrebbe far naufraugare la “papabilità” del leader di Forza Italia. All’interno, si legge quanto segue: “L’assoluzione a Siena ‘contraddice’ la precedente condanna del pianista Mariani. Gli altri due filoni di Ruby ter, l’inchiesta sulle stragi del ’93 e il processo infinito di Bari”. Il Fatto, come sempre, distribuisce le sue certezze.

    Del resto, già nell’editoriale firmato da Marco Travaglio, si percepisce l’andazzo: “Appena scoperto di essere innocente a sua insaputa, B. annuncia che sta cercando un ‘federatore del centrodestra’ e avvia il casting spulciando la rubrica telefonica, come Verdone in partenza per Cracovia a ferragosto”. C’entrano pure gli equilibri elettorali, quindi, e quelli di coalizione. Quelli che Il Fatto magari pensava di aver letto con largo anticipo. In realtà, la turnata amministrativa ha dimostrato che una formula politica basata su schemi vincenti – vedasi la Calabria e Trieste – consentirebbe al centrodestra di essere maggioritario senza troppi problemi. E che Silvio Berlusconi ci lavori, con tutta evidenza, può provocare fastidio tra i giustizialisti che già davano per fatta la remuntada da sinistra. Qua la questione però è soprattutto un’altra. E non è lecito stupirsi: da quelle parti non accettano proprio che il nome di Silvio Berlusconi venga associato al Colle.

    La disperazione circolante, però, va compresa. Perché il periodo, per le constatazioni de Il Fatto, è complesso di suo. Considerato soprattutto lo stato di salute del “campione” scelto da Travaglio e dai suoi per il momento politico. Giuseppe Conte, leader in pectore del fronte riformista per i giustizialisti (dalla scena del banchetto montato fuori da Palazzo Chigi, in cui l’ex premier sembrava sulla rampa di lancio per riunire tutti i riformisti, ad oggi, ne è passato di tempo), è in affanno o, in maniera più verosimile, ad un passo dalla scomparsa. Dopo essere stato mandato a casa da Palazzo Chigi, il neo vertice pentastellato ha ridotto il MoVimento 5 Stelle ad una formazione irrilevante. Il Partito Democratico ha vinto, dove ha vinto, senza bisogno dell’apporto grillino. La ristrutturazione del grillismo, ancora, è un flop, mentre le voci interne non fanno che parlare di dissidi, distinguo, mal di pancia, fuoriuscite, scissioni potenziali e così via. E dal fronte giustizialista sono costretti ad osservare al tramonto dell’ ennesimo paladino.

    Giuseppe Conte è un junior partner di Enrico Letta e nulla più. Questo dalle parti de Il Fatto lo sanno. E vorrebbero almeno evitarsi Berlusconi al Colle. Altrimenti, da momento difficile, si passerrebbe a tragedia greca in stile Eschilo o Sofocle.


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