Umberto Bossi sotto il gazebo accendevamo i sigari … di Sergio Pizzolante

Umberto Bossi
L’ho incontrato la prima volta nel giardino della Camera, sotto il gazebo, dove si fumava il sigaro durante le pause. Poi divenne un’abitudine fumare il sigaro con Bossi.
Stava già male. Aveva avuto l’ictus.
Lo assisteva una signora marchigiana, ne aveva cura, spesso traduceva i suoni e le parole a stento, che uscivano dalla parte della bocca non occupata dal sigaro.
La cosa impressionante, che è solo dei grandi leaders, la sintesi fulminante. Pur in quelle condizioni aveva sempre una capacità di lettura degli eventi straordinaria. Due parole e arrivava al punto. Due parole.

Per un bel po di tempo ha funzionato cosi questo dialogo, si parlava, con fatica, poi lui si girava verso l’ assistente e diceva: ma chi è?

Poi un giorno parlammo di Craxi.
Lui era stato il grande avversario lumbard.
Un grande accusatore. La prima grande scossa alla Prima Repubblica.
Craxi dovette inventarsi un regionalismo forte per contrastare il federalismo spinto sino alla secessione di Bossi. Poi ci fu il cappio in Parlamento.
Insomma, non proprio un amico.

Ma su Craxi mi guardò e mi disse: l’hanno ucciso. Due parole.
Che vennero fuori per intero, con suono netto. Aggiunse: mi dispiace. Due parole.
Parlammo anche di soldi. Lui era stato accusato di una gestione non proprio cristallina. Diciamo.

Mi disse, rivolto a Craxi, e credo anche a se stesso, tutte caxxate…
E’ la politica, la politica, disse.
Alcune volte per i leaders i confini scompaiono, ci sono sovrapposizioni, necessità, esigenze…gestire le persone e gli eventi non è facile. Aggiunse.
Mi guardava negli occhi. Mi accorsi che erano lucidi.

Da quel giorno tutto cambiò.
Ci incontravamo sotto il gazebo, lui mi riconosceva subito, mi chiamava Craxi e mi dava un pugno. Accendevamo i sigari.

Ciao Umberto.