Il Venezuela sprofonda in un clima di terrore e controllo militare all’indomani del raid statunitense mirato alla cattura di Nicolás Maduro. La capitale Caracas si è risvegliata oggi, mercoledì 7 gennaio, blindata dalla presenza massiccia dell’esercito e dei gruppi paramilitari, mentre il nuovo triumvirato al potere inasprisce la repressione interna.
La città è presidiata da carri armati e uomini incappucciati dei famigerati “colectivos”, che presidiano gli incroci effettuando controlli capillari: i passanti vengono fermati e i loro cellulari ispezionati alla ricerca di qualsiasi messaggio di sostegno a Donald Trump o critica al regime. Nel mirino delle forze di sicurezza sono finiti anche i cronisti internazionali: tra i giornalisti fermati e perquisiti figura l’italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della CNN, che è stato successivamente espulso dal Paese.
La tensione è palpabile anche ai vertici del potere. Nella notte una sparatoria nei pressi del palazzo presidenziale di Miraflores ha fatto scattare l’allarme, rivelandosi poi un episodio di fuoco amico: le forze di terra hanno abbattuto droni di vigilanza dei propri reparti per un mancato coordinamento, segnale evidente del nervosismo che regna tra le fila chaviste. Secondo stime del governo statunitense riportate dal Washington Post, il blitz di sabato scorso avrebbe causato circa 75 morti tra forze di sicurezza, militari cubani e civili.
Forte del decreto di eccezionalità varato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, il governo ha lanciato una vera e propria caccia all’uomo per individuare presunti collaboratori dell’azione americana. Il provvedimento ordina la cattura immediata di chiunque sia sospettato di aver sostenuto l’attacco, mentre ai prigionieri politici è stato revocato il diritto di visita, isolandoli dal mondo esterno. A reggere le sorti della Repubblica Bolivariana resta il triumvirato composto dalla Rodríguez, dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello e dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López.
Sul fronte geopolitico si accende lo scontro per le risorse energetiche. Donald Trump ha annunciato che le autorità di transizione consegneranno agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio “non soggetto a sanzioni”, il cui ricavato sarà gestito direttamente dalla presidenza Usa. Una mossa che ha scatenato l’ira di Pechino: il ministero degli Esteri cinese ha condannato le pretese di Washington definendole “atti di prepotenza” e violazioni del diritto internazionale, ribadendo la piena sovranità del Venezuela sulle proprie risorse naturali e tutelando i propri interessi commerciali, dato che la Cina acquista circa il 90% del greggio di Caracas.











