“Vi spiego perché il Padreterno è liberale”

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  • “Va riscritto tutto quanto”. A dirlo è Nicola Porro. Che non solo ce lo dice senza troppi giri di parole, lo dimostra pure concretamente, nei fatti. Per riuscire in questa impresa titanica si è ispirato ad uno dei più grandi collaboratori dell’economia del nostro giornale, Antonio Martino, e ha dato alla luce a Il Padreterno è liberale. Antonio Martino e le idee che non muoiono mai (Piemme, pagg. 208, euro 18,90). Porro e Martino si conoscevano bene, tanto che avevano pensato di scrivere un libro insieme. Avevano persino iniziato a lavorarci. Poi però, lo scorso 5 marzo, l’ex ministro è mancato e così il vice direttore de ilGiornale ci ha lavorato da solo dando alle stampe un lavoro che punta già ad essere una delle pietre miliari del pensiero liberale contemporaneo.

    Nicola, da sempre la sinistra dipinge Gesù come una sorta di hippie. Ora ribalti tutto dicendo che il Padreterno è liberale. È un “conflitto generazionale” all’interno della Trinità o è arrivato il momento di riscrivere tutto?

    “Era stato proprio Martino a spiegarmi che l’inizio e la fine di tutto, appunto il Padreterno, sono liberali. Colui che ha deciso tutti i dettagli della natura, e quindi anche come siamo fatti, avrebbe anche potuto decidere di farci incapaci di peccare. Cosa ci sarebbe voluto a infilare nell’uomo un piccolo chip orwelliano che ci vietava di non credere in Dio?”

    Invece lui ci ha lasciato la libertà di scelta…

    “Esattamente. Nell’atto più supremo della Sua creazione, il Padreterno ci ha lasciato il libero arbitrio. Che è esattamente il fondamento dei principi liberali: lasciare all’individuo la possibilità anche di sbagliare. Il vero punto del liberalismo, a differenza di altri sistemi, è che questo lascia all’individuo l’opportunità di essere responsabile di se stesso”.

    Oggi ti senti di vivere in un Paese liberale?

    “In ogni periodo storico convivono tendenze liberali e illiberali. Valeva anche prima che nascesse il liberalismo. C’è sempre una faida all’interno delle società. La Cina del 1380 con i Ming era un Paese liberale, senza che ci fosse stata una Rivoluzione Francese o fosse stata scoperta l’America. L’Italia del Covid è un’Italia illiberale, nonostante ci fossero già state la Rivoluzione Francese e la scoperta dell’America. In tutto l’Occidente ci troviamo in una fase di restaurazione dei principi illiberali”.

    Nicola Porro libro

    Che prospettiva vedi per le future generazioni?

    “Ormai siamo assuefatti all’idea che lo Stato spenda soldi senza capire bene da dove escano. Si pensa sempre: ‘Mettiamo 3, 4 o 5 miliardi qui, uno di là’. Ma si ragiona molto poco sul fatto che tutti questi denari provengano dalle tasche dei contribuenti. Vengono forniti allo Stato che poi decide, secondo la propria volontà, come spenderli. Pensare che lo Stato spenda meglio del privato è una delle tendenze restauratrici dell’illiberalismo nato negli anni Ottanta e che prosegue ancora oggi”.

    Dove ci sta portando questo modo di pensare?

    “Aver reso più efficiente l’apparato pubblico ha anche reso più pericoloso l’uso da parte dello Stato dei nostri soldi. Negli anni Ottanta la palese inefficienza della macchina pubblica innervosiva i contribuenti. In quegli anni c’era, però, una tassazione molto ridotta. Oggi abbiamo il paradosso di una tassazione elevatissima e di una efficienza maggiore. Questa non è però una medicina ma una droga”.

    Come valuti l’ultima legge di Bilancio?

    “Per farla il governo ha avuto pochissimi giorni e pochissimi tecnici da impiegare. Un governo che si insedia e in trenta giorni deve licenziare una legge di Bilacio, la prima risorsa che deve avere dopo i soldi – anzi, forse ancor prima dei soldi – sono le risorse umane per comprendere di cosa si sta parlando. Perché portare nella realtà un disegno politico è complicatissimo. È quello che in ambito manageriale potrebbe essere definito l’execution. Tutti possono avere buone idee, poi serve qualcuno che le traduca in realtà”.

    Si sono poi trovati a gestire un’emergenza energetica non da poco…

    “E, infatti, lì hanno riversato il cuore della manovra”.

    Hanno anche messo mano al reddito di cittadinanza.

    “Già Martino aveva criticato duramente il reddito. Ma le misure sbagliate vanno cancellate con gradualità. E così ha dovuto fare il governo. Purtroppo il danno che fa l’eroina va attutito nella sua astinenza”.

    Serviva una sorta di metadone?

    “Esatto. In questo modo si sono iniziati a ridurre gli errori del passato. E questa è la parte positiva della manovra. Ci sono, però, diverse scivolate pesanti”.

    Quali?

    “Le extra tassazioni sono una follia. Così come considerare ricchi coloro che incassano più di duemila euro al mese, soprattutto se sono pensionati. L’equità sociale si raggiunge non tanto intevenendo su chi viene considerato ricco, ma su chi percepisce assegni previdenziali per cui non sono stati pagati i contributi”.

    In certe scelte ci si è messa pure l’Unione europea. Lo abbiamo visto anche sul tetto al Pos…

    “La cosa allucinante è che un Paese sovrano, come il nostro, che partecipa ad una comunità come quella europea, debba chiedere il permesso per definire il tetto entro cui usare o meno un mezzo di pagamento elettronico. Questo dà un senso della follia europea. Negli anni Ottanta raccontavamo che l’Europa decideva la curvatura delle banane. Oggi ha trasferito questa volontà di controllo dagli alimenti alla Finanza. È impressionante. Noi non ce ne rendiamo conto perché associamo la vicenda dei pos all’evasione fiscale, che già di per sé è una sciocchezza. Ma anche avvicinandola all’evasione fiscale, l’idea che si debba chiedere il permesso per il limite sul pos rende bene l’idea di cosa si occupi veramente l’Europa: di pos e banane e non di indipendenza energetica”.

    Torniamo a Martino. Come lo ricordi?

    “Era una persona dotata di una signorilità non scontata. Viveva in un mondo raro. Uno di quelli che rinunciano al seggio perché non vogliono avere a che fare con i parlamenti. La sua unica ambizione era quella di rendere sempre più diffusa l’idea liberale”.

    C’è un insegnamento in particolare che ti ha lasciato e che vorresti regalare ai lettori del Giornale?

    “Prima di tutto la capacità di rendere semplici e divertenti anche le cose più complicate. Poi il fatto che non bisognava litigare sui dettagli ma, allo stesso tempo, non si doveva abdicare ai propri principi. Ed è questo il motivo per cui non ha voluto fare il ministro dell’Economia. Se lo avesse fatto, avrebbe dovuto abdicare ai suoi principi. Invitato a ricevere un premio in una prestigiosa università, non si presentò e inviò una lettera. Disse che quel che più gli dava fastidio, prima di coloro che parlavano male di lui, era chi parlava bene della sua persona”.

    Oltre ad essere un liberale convinto, sei anche un ottimista convinto. Forse i due aspetti vanno di pari passo, ma sono sicuramente il fondamento della tua “Ripartenza”. Cos’hai in serbo per il 2023?

    “In media partnership con ilGiornale.it partirò il 19 gennaio con una ‘Ripartenza’ milanese a tema energetico. Poi rifarò la solita ‘Ripartenza’ di luglio, al Teatro Petruzzelli di Bari, sulle infrastrutture. Il mio ottimismo nasce anche dalla grande storia del nostro Paese. Vorrei citare un aneddoto recente, di un grande comandante della X Mas, Salvatore Todaro, che affondò una nave belga. Riuscì a farlo in maniera straordinaria, dal punto di vista militare. La nave aveva 15-20 superstiti che stavano morendo. E il capitano decise di salvarli tutti. Il generale tedesco, che era con lui, gli disse che, fosse stato per lui, li avrebbe lasciati annegare. Todaro gli rispose: ‘La differenza tra me e te è che io ho duemila anni di storia’”.


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