Coprifuoco in Lombardia

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  • Con l’impennata di casi delle ultime ore, la Lombardia non poteva accettare un decreto all’acqua di rose come quello annunciato domenica sera dal premier Giuseppe Conte. E non era nemmeno soddisfatta della decisione, un po’ troppo blanda, presa venerdì scorso dal presidente regionale Attilio Fontana, che aveva fissato la chiusura dei locali a mezzanotte.

    Lo stesso Fontana è tornato sui suoi passi e, assieme a tutti i sindaci della Regione e ai capigruppo di maggioranza e opposizione, ha chiesto un coprifuoco più netto. La conferma del fatto che una stangata del genere fosse urgente e necessaria è arrivata meno di un’ora dopo dalla proposta. Il ministro alla Salute Roberto Speranza ha dato il suo via libera alla proposta e ha garantito la sua disponibilità per lavorare al piano lombardo oggi stesso.

    L’idea è far scattare le misure entro giovedì. L’ipotesi è stoppare tutte le attività e gli spostamenti, ad esclusione dei casi eccezionali (motivi di salute, lavoro e comprovata necessità), nell’intera Lombardia dalle ore 23 alle 5 del mattino. Si chiede inoltre di tener chiusa la media e grande distribuzione nel fine settimana a eccezione dei supermercati e degli esercizi di generi alimentari.

    La bozza verrà tradotta quanto prima in un’ordinanza e nel provvedimento verranno chiariti i punti ancora poco espliciti. La nota della Regione non definisce infatti quali esercizi commerciali saranno chiusi: ma in base a criteri definiti nel Decreto legislativo 114 del 31 marzo 1998 si intendono con «medie strutture di vendita» gli esercizi aventi superficie tra i 151 e i 1.500 metri quadrati nei comuni con popolazione inferiore a 10mila abitanti e tra i 251 e i 2.500 metri quadrati nei comuni con popolazione superiore a 10mila abitanti, e con «grandi strutture di vendita» gli esercizi con una superficie superiore.

    La proposta nasce dalla rapida evoluzione della curva epidemiologica e dalla previsione della «commissione indicatori» istituita dal direttore generale del Welfare, secondo cui, al 31 ottobre, potrebbero esserci circa 600 ricoverati in terapia intensiva e fino a 4mila in terapia non intensiva. Solo ieri i tamponi positivi sono stati 1.687 (domenica si era quasi sfiorata la quota 3mila) di cui 436 a Milano.

    Come mai una correzione di linea così rapida? Non solo per gli orari annunciati nel Dpcm, che di fatto coincidevano con quelli fissati dalla Regione, ma anche per la scelta di chiudere vie e piazze a rischio assembramenti. Su questo punto i sindaci lombardi sono insorti. «Per chiudere una piazza con cinque vie d’accesso – attacca il sindaco di Bergamo Giorgio Gori – servono almeno 10 agenti. Chi li ha? Poi però, dice il dpcm, bisogna consentire l’accesso agli esercizi commerciali e alle abitazioni. Come si controlla? E se la gente si sposta e si assembra nella via accanto? Inapplicabile».

    Della stessa opinione i sindaci di Brescia e di Pavia: «Hanno lasciato tutto sulle nostre spalle. «Chiediamo contributi perché non basta emanare divieti, occorre poi farli rispettare – insorge Fabrizio Fracassi, sindaco di Pavia – Ci aspettavamo dei contributi per alcune categorie e in particolare sulla sorveglianza». I numeri degli agenti di polizia locale «sono già risicati – spiega – soprattutto in città come la mia, che ha una vocazione universitaria».

    Arrivare a stringere ben oltre le misure del governo è stata una scelta faticosa, e quella di ieri è stata una giornata piuttosto tormentata per i tavoli istituzionali.

    Ma il presidente lombardo Attilio Fontana garantisce: «Il coprifuoco non dovrebbe avere conseguenze gravi sull’economia. Resta la soluzione migliore per dare un colpo al contagio».



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