Ecco chi c’è veramente dietro l’avanzata di Haftar su Tripoli

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Il generale ha incassato il sostegno di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti prima di iniziare l’assalto contro Sarraj.

Le intenzioni di Haftar sono note da tempo e questo è, dalla conferenza di Palermo in poi, un dato decisamente assodato. Nel leggere le dichiarazioni delle principali cancellerie europee e nell’analizzare le mosse poste in essere dai principali sponsor del generale, la sorpresa forse risiede nella scelta della tempistica per lanciare la sua operazione volta a conquistare Tripoli. A distanza di quattro giorni dall’inizio delle azioni del Libyan National Army sulla capitale libica, inizia a farsi strada l’ipotesi secondo cui, anche se i principali servizi di sicurezza sanno dei progetti di Haftar (compresi anche gli 007 italiani), l’input principale per far avanzare le proprie truppe verso Tripoli arriva direttamente dalla penisola arabica.

L’attivismo dimostrato da Emirati ed Arabia Saudita negli ultimi mesi

Fino allo scorso mese di dicembre, il dossier libico sembra un affare europeo. Con gli Usa defilati e con Trump che promette a Conte una cabina di regia a guida italiana sulla Libia, è nel vecchio continente dunque che ci si “contende” il primato sulle azioni da compiere nel processo di riappacificazione del paese africano. Gli sguardi, in particolare, sono rivolti soprattutto a Roma e Parigi: se nella capitale francese nel maggio 2018 è il presidente Macron ad invitare i due principali attori dello scacchiere libico, ossia Al Sarraj ed Haftar, nello scorso mese di novembre è il governo italiano ad organizzare un vertice sulla Libia invitando tutti i principali responsabili a Palermo. In quell’occasione, l’Italia sembra essere nelle condizioni di recitare il ruolo di principale mediatore grazie anche all’appoggio della Russia ed ai buoni rapporti con l’Egitto, stretti alleati di Haftar.

Le visite del presidente del consiglio in Libia nelle settimane successive, suggellano questa impressione Sullo sfondo il “derby” con la Francia appare ridimensionato, ma comunque ancora ben presente sui media. Lo scenario cambia dall’inizio del nuovo anno. Si assiste, in particolare, ad un maggiore interessamento sul caso libico delle petromonarchie. Tra Tripoli, Bengasi e le capitali dei paesi che si affacciano sul Golfo persico, soprattutto da febbraio in poi è un via vai di incontri e viaggi istituzionali. Non è un caso se il primo incontro tra Haftar ed Al Sarraj dopo Palermo avviene ad Abu Dhabi, nel corso di un vertice in cui i due concordano su alcuni punti del percorso da tenere in vista delle elezioni. Poi a marzo, più volte Haftar visita gli Emirati Arabi Uniti, mentre il 26 marzo il generale è a Riad per incontrare Re Salman. Lo stesso sovrano saudita, pochi giorni dopo, durante il vertice della Lega Araba di Tunisi non stringe la mano a Sarraj. È forse questo il segno che certifica il via libera alle azioni di Haftar su Tripoli.

Il perchè dell’appoggio saudita ed emiratino ad Haftar

I Saud negli anni sembrano più preoccuparsi dei propri fallimenti nella penisola arabica, a partire dalla guerra nello Yemen, che della Libia. In realtà comunque, c’è sempre un filo comune che lega Riad al paese nordafricano ed in particolare ad Haftar: “Il generale – spiega Michela Mercuri, autrice del libro “Incognita Libia” – appartiene alla confraternita madkhalita, un ramo del sunnismo originato proprio in Arabia Saudita e diffusosi in Libia già durante l’era di Gheddafi”. I madkhaliti sono quindi molto vicini ai Saud, sia a livello politico che ideologico pur se si differenziano rispetto all’interpretazione wahabita che è quella ufficiale del regno saudita. Ma, come detto, a differenza degli Emirati Arabi Uniti (che invece da anni riforniscono Haftar di armi e soldi) Riad appare più defilata.

Per capire come mai i Saud ad un certo punto decidono di sostenere apertamente Haftar e di intervenire nel caos libico, occorre fare un passo indietro e tornare al giugno del 2017: è quello il mese in cui da Riad si decide per l’embargo sul Qatar, rendendo palese la spaccatura tra i due paesi. Una spaccatura originata dal braccio di ferro tutto interno al mondo islamico: i qatarioti assieme alla Turchia di Erdogan finanziano i Fratelli Musulmani, acerrimi nemici dei Saud. Quanto sta accadendo dunque a Tripoli, potrebbe essere una trasposizione sulle rive del Mediterraneo del braccio di ferro tra Arabia Saudita e Qatar. Lo dimostra il fatto che dopo l’incontro ad Abu Dhabi tra Haftar ed Al Sarraj, Doha “convoca” il premier libico ufficialmente per un incontro bilaterale per discutere di Libia, in realtà per capire meglio le intenzioni dello stesso Al Sarraj. Quest’ultimo infatti viene considerato molto vicino ai Fratelli Musulmani, all’interno del suo governo sono diversi i rappresentanti di questa parte politica.

Haftar, i Saud e gli emiratini da una parte dunque, Al Sarraj ed il Qatar dall’altra: l’improvviso attivismo delle petromonarchie, sia sulla sponda di Riad che su quella di Doha, suggerisce un ingresso del dualismo tra le due capitali mediorientali all’interno della questione libica. Haftar, forte della nomina di uomo in grado di unificare il paese, del sostegno di molti sponsor internazionali e delle conquiste maturate a febbraio nel Fezzan, vede nella stretta di mano di Re Salman il segnale che cerca da mesi: può adesso attaccare Tripoli. Il resto è mera cronaca di questi giorni. Il Giornale.it
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