Fontana prosciolto: niente frode sui camici. Un calvario di due anni

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  • Milano. Se Attilio Fontana deciderà di candidarsi per un secondo mandato alla presidenza della Regione Lombardia potrà farlo da uomo libero, senza l’assillo di un processo in corso. L’ostinazione della Procura di Milano nel cercare di portare sotto processo il governatore lombardo va a sbattere ieri contro la sentenza di proscioglimento che il giudice preliminare Chiara Valori pronuncia per tutti gli imputati di frode in pubbliche forniture per i camici che Andrea Dini, cognato di Fontana, aveva proposto – prima in vendita, poi come regalo – alla Regione nelle settimane cruciali dell’emergenza Covid.

    Che la Regione Lombardia non avesse subito alcun danno, e che l’unico a rischiare di rimetterci di tasca sua fosse stato Fontana, era chiaro anche per i pm. Eppure il presidente è stato tenuto per quasi due anni sotto inchiesta. L’evanescenza delle accuse era così nitida che la stessa Procura a un certo punto aveva deciso di chiedere l’archiviazione. Poi ci ha ripensato, e ha chiesto il rinvio a giudizio che ieri viene rifiutato dal giudice Valori: «il fatto non sussiste». Ma intanto, come ricordano i suoi legali, «il presidente è stato screditato in un momento tragico per la Lombardia».

    Nello stesso modo, è il caso di ricordare, vennero screditati in quelle settimane terribili anche altri innocenti: come i vertici del Pio Albergo Trivulzio, accusati dalla Procura milanese di avere trasformato il glorioso ospizio in un lazzaretto dove il virus si muoveva da padrone; inchiesta anche questa finita in niente.

    La vicenda dei camici era ancora più surreale, perché dei settantacinquemila camici offerti da Andrea Dini, cognato di Fontana, alla Regione, cinquantamila sono arrivati gratis e i restanti sono finiti altrove solo perché la Regione li ha rifiutati dopo l’esplosione dello scandalo. Che tanto scandalo, si scopre ieri, evidentemente non era. Anche perché le indagini hanno accertato che Fontana non sapeva nulla dell’offerta avanzata dal cognato, e gli uffici regionali non avevano idea che dietro la Dama srl ci fossero il cognato del governatore e, con una quota del 10 per cento, la moglie Roberta.

    Eppure il 9 luglio 2020, dopo un servizio di Report, la Procura fa sapere di avere «acceso un faro» sul ruolo di Fontana e due settimane dopo di averlo iscritto nel registro degli indagati. All’accusa di avere frodato la Regione da lui stesso amministrata, a Fontana viene poco dopo aggiunta un’altra accusa, quando si scopre che ha cercato, per mantenere la pace domestica, di risarcire il cognato con i propri risparmi privati: e la Procura si mette alla caccia dell’origine di questi risparmi, tra vita di genitori defunti e conti svizzeri. Ma anche l’accusa di autoriciclaggio alla fine si sgonfia. Ieri, con il proscioglimento del giudice Valori, si chiude anche il filone principale. Le archiviazioni in sede di udienza preliminare sono rare, arrivano solo quando il giudice si convince che nessun processo potrebbe dimostrare la fondatezza dell’accusa.

    Insieme al governatore vengono scagionati i suoi coimputati, ovvero il cognato Andrea Dini e i tre funzionari regionali – Filippo Bongiovanni, Carmen Schweigl e Pier Attilio Superti – accusati di avere fatto da sponda alla fornitura. La Procura potrebbe decidere di perseverare nell’ostinazione, e di ricorrere in appello, ma appare improbabile visti i dubbi che gli stessi pm nutrivano. Chi continua a non nutrire dubbi sono i politici di Palazzo Lombardia che in questi mesi hanno utilizzato l’inchiesta per chiedere le dimissioni di Fontana: il Movimento 5 Stelle che ieri, attraverso il capogruppo Nicola Di Marco, arriva a dire che «la versa sentenza la scriveranno i lombardi»; e il Partito democratico secondo cui «il proscioglimento di Fontana non ne cancella l’inadeguatezza». Matteo Salvini dice: «Aspettiamo le scuse di tutti quegli esponenti di sinistra che per troppo tempo hanno insultato una persona perbene». Scuse che non arrivano.


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