I sogni del gufo Letta: governo subito in crisi ed elezioni immediate

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  • A noi c’ha rovinato la guerra. E pure il Jobs Act (leggi: Matteo Renzi) e financo la mancata «critica al capitalismo» (lo dicono sia Goffredo Bettini che Andrea Orlando, ministro del Lavoro nel governo Draghi).

    Dalla riunione fiume della direzione Pd – dieci ore filate – esce un’analisi della sconfitta confusa, contraddittoria e a tratti surreale (la colpa è tutta di uno che non è neppure più nel Pd da anni, ripetono a manovella dalla sinistra), che consegna la fotografia di un partito diviso sull’analisi, figuriamoci sulla ricetta per uscire dalla crisi. A cominciare dal nome del nuovo segretario: il più accreditato alla successione, Stefano Bonaccini, a metà pomeriggio si rimette in tasca l’intervento non pronunciato e se ne torna a Bologna. Poco prima è intervenuto il sindaco di Firenze Dario Nardella, e si è capito che alcune correnti (Franceschini, Zingaretti, Letta stesso) potrebbero puntare su di lui per provare a fermare il governatore emiliano, considerato troppo estraneo alle dinamiche delle correnti romane e poco aperto ai 5s. Troppo «renziano», dicono alcuni, confermando l’ossessione per il passato. Il fatto che ad appoggiare (tiepidamente) Bonaccini siano gli ex renziani di Lorenzo Guerini basta a dargli il marchio d’infamia per la sinistra interna.

    La partita è appena iniziata, l’unico mezzo accordo raggiunto è sui tempi: entro marzo, nuovo segretario.

    Il voto «non è stato una catastrofe», prova a rassicurare Enrico Letta. Secondo il quale certo ha vinto Giorgia Meloni e il centrodestra, ma «la luna di miele durerà poco», visto il «deterioramento del quadro» economico e sociale. Quindi «il governo cadrà», prima di quanto si pensi, perché la nuova maggioranza ha «una coesione interna minima» e «un’opposizione interna fortissima», che presto si farà sentire. Nell’attesa, il Pd deve dire subito «con chiarezza che quando accadrà si deve andare ad elezioni anticipate», e non ad un nuovo «governo di salute pubblica». Mai più larghe intese e ritorni del Pd nella stanza dei bottoni senza mandato elettorale: «Stare all’opposizione per noi sarà rigenerante, e ci farà bene», assicura il segretario.

    Letta rivendica «il chiaro mandato datoci dagli elettori: siamo il partito chiamato a guidare l’opposizione». Dice che «l’unica forza uscita vincente dal voto è Fdi», non certo M5s o il Terzo Polo, che invece hanno la responsabilità della sconfitta per aver rifiutato l’alleanza. La «capacità espansiva» del Pd, rilanciata a fine gennaio dal «successo importante» della rielezione di Mattarella, si è invertita a febbraio «per il brusco cambio di scenario dovuto alla guerra». Assicura: «Non rinnego le nostre posizioni» pro-Ucraina, «siamo stati dalla parte giusta della storia». Ma in molti, poi, diranno il contrario: da Bettini che condanna non solo la scarsa «critica al capitalismo» ma addirittura «l’atlantismo che porta all’identificazione con la Nato» (era meglio il Patto di Varsavia, in sintesi), a Gianni Cuperlo secondo cui non si può «seguire Zelensky fino alla vittoria sul terreno», che poi Putin ci resta male. Il tutto mentre il grillino Conte lancia la sua manifestazione «per la pace» (chiaramente non contro Putin, ma se mai contro la riscossa ucraina) che sarà l’ennesima mina su cui il Pd va in frantumi. E non basterà a scongiurare la nuova spaccatura il sit-in pro opposizione lanciato dal segretario Letta per il 13 ottobre sotto l’ambasciata d’Iran.


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