Il caso Sarti, da faida locale a trappola per i boss grillini

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La deputata riminese ha molti nemici interni da quando il suo ex Favia fu espulso. Di Battista tace imbarazzato

Per riannodare il fili del mistero bisogna partire dal principio. Da quell’Emilia Romagna, una volta «rossa», che alle soglie della metà di questo decennio cominciava a innamorarsi del grillismo.

La storia è fatta di «Vaffa». Nel senso politico, certo, come le imprecazioni di Beppe Grillo che hanno trascinato il M5s in Parlamento nel 2013. Ma l’esclamazione va declinata anche con un significato più prosaico. Così, per capirci qualcosa, in questo intrigo ai danni della deputata Giulia Sarti, tocca prendere metaforicamente l’autostrada Adriatica e percorrere il tratto Rimini-Bologna. Sono le due città culla dell’attivismo della Sarti, teatro dei primi rancori tra attivisti, dove tutto è cominciato sei anni fa con la prima effrazione e diffusione via web delle foto osé di colei che sarebbe poi diventata presidente della commissione Giustizia a Montecitorio e che ora rischia l’espulsione dal M5s. Immagini tornate alla ribalta l’anno scorso, con l’esplosione dello scandalo Rimborsopoli, e di nuovo in circolo adesso, dopo la richiesta di archiviazione dell’accusa di appropriazione indebita lanciata dalla stessa Sarti contro Bogdan Tibusche.

Lo stesso informatico, giovedì, ha rafforzato i sospetti sulle conseguenze di una lunga faida all’interno del M5s romagnolo. «Qualche criminale ha salvato evidentemente quelle foto e quelle foto hanno continuato a girare – ha spiegato Bogdan -. La stessa Sarti tempo fa mi segnalò che sul suo territorio, nei pressi di Rimini, quelle foto giravano su un Google Drive». E nella città natale della Sarti, raccontano fonti del luogo, il Movimento era diviso in tre tronconi contrapposti: un gruppo storico, di cui faceva parte la deputata, uno che si era presentato alle ultime amministrative fuori dai Cinque stelle e un’altra fazione che reclamava l’uso del simbolo. A sua volta, la corrente della parlamentare riminese ha avuto una serie di contrasti con il meetup di Bologna. Un groviglio inestricabile di guerre intestine, con la Sarti «colpevole» anche di essere una volta vicina a due personaggi poi espulsi dal M5s, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, e l’ex consigliere regionale Giovanni Favia, del quale è stata per un periodo la compagna. In Romagna nessuno sa chi sia l’autore del primo hacking, né chi stia facendo girare ora le immagini. Ma una fonte che conosce le faide sul territorio racconta al Giornale il contesto locale: «Nel Movimento ci sono dei centri di potere, o sei dentro o sei fuori, non ci sono vie di mezzo. I suoi avversari hanno sempre provato a farla fuori, in diversi modi, comprese pressioni importanti su Grillo e Casaleggio. Lei è stata sempre una delle più votate e quindi è rientrata nei ranghi. Ma la guerra è sempre continuata». Da alcuni racconti emerge poi il dettaglio di una mancata volontà di ricandidarsi da parte della Sarti dopo lo scandalo dei bonifici, con la deputata che sarebbe stata convinta dai vertici a correre per una questione di consensi e di mancanza di candidati alternativi in quella zona.

E continua il silenzio di Alessandro Di Battista. Che non ha detto una parola nemmeno sulla gogna ai danni dell’ex collega con la quale, nell’agosto 2016, era stato pizzicato dal settimanale Oggi su una spiaggia di Ravenna. Nelle immagini si vedono i due intenti a salutarsi calorosamente in mezzo a sdraio e ombrelloni, a testimonianza di un buon rapporto tra Dibba e Sarti, entrambi molto focosi e aggressivi nelle loro performance giustizialiste in aula. E ora tutti e due in silenzio. Il Giornale.it

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