Il frutto della tarda estate, la vita tra le piante di fico

È vero, come dice una delle protagoniste di questo film della regista franco-tunisina Erige Sehiri, “accadono tante cose nei frutteti”, e c’è così in un campo di fichi pronti per essere raccolti un intero mondo, un microcosmo dove si consumano amori, contrasti generazionali e piccoli soprusi. Questo solo uno degli insegnamenti di quel delizioso film che è IL FRUTTO DELLA TARDA ESTATE, in sala distribuito da Trent Film dopo essere stato apertura della 32° edizione del FESCAAAL (Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina).

Già alla Quinzaine al Festival di Cannes 2022, poi a Toronto e Palm Springs, il film premiato al workshop Final Cut in Venice alla 78/a edizione è stato infine selezionato dalla Tunisia per gli Oscar 2023. Di scena appunto un frutteto a Nord-Ovest della Tunisia. Qui ogni mattina uno scaltro caporale porta, con il suo pick-up bianco, gli operai a lavorare. Si tratta per la maggior parte di ragazze e donne che lavorano alla raccolta dei fichi. Tra queste piante secolari, sotto gli sguardi esperti dei lavoratori più anziani e del caporale, accade un po’ di tutto. Si consumano vanità, rancori, si ricuciono storie, si litiga, si fanno selfie proibiti e c’è anche chi ruba. Comunque si tratta di tutti cuori puri, di anime pasoliniane senza vera malizia che si confrontano con le restrizioni culturali e sessuali del loro paese e in cui comunque compare sempre con forza l’antica identità culturale femminile piena di buon senso e maturità. Nel cast: Abdelhak Mrabti, Fide Fidhili, Gaith Mendassi, Hneya Ben Elhedi Sbahi e Leila Ouhebi.

“Mostrare un solo giorno con generazioni diverse è come mostrare una vita intera – spiega la regista -. Ho dovuto poi pensare allo stesso tempo all’approccio cinematografico e a ciò che la situazione poteva offrirmi. Mi piaceva l’idea di adattarmi alla natura e all’economia”. E ancora Sehiri: “Ho amato poi il fatto che questo luogo potesse risalire anche a cento anni prima, fosse senza tempo. In fondo non c’è traccia di modernità nella natura; il segno della modernità sono loro, soprattutto le ragazze. È nel modo in cui si comportano, parlano e in quello che dicono”. Perché mostrare solo la raccolta dei fichi e non il paesaggio moderno e urbano della Tunisia, dove queste donne vivono? “Volevo stimolare l’immaginazione del pubblico. Non volevo mostrare tutto. Desideravo che si affezionassero a questi personaggi senza conoscerne il background, lasciandogli immaginare le loro famiglie e il loro modo di vivere. Volevo giocare su questo. Fin dall’inizio sapevo che non ci sarebbe stata vita al di fuori del frutteto”.


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