Leader del sindacato Birmano chiede aiuto a San Marino

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  • Incontro con la CDLS e il Segretario di Stato agli Esteri

     

    San Marino, 25 maggio 2009

     

    Azioni diplomatiche concrete contro il lavoro forzato in Birmania e per la liberazione di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace e simbolo della resistenza democratica e non violenta.

     

    Questi gli obiettivi della visita a San Marino di Maung Maung, segretario del sindacato birmano da 13 anni in esilio. Nella mattinata di lunedì 25 maggio Maung Maung ha illustrato alla segreteria della CDLS e al Segretario di Stato agli Esteri, Antonella Mularoni, le attività del sindacato clandestino e il sostegno alla resistenza dei lavoratori birmani contro la feroce dittatura della giunta militare.

     

    Maung Maung, 53 anni, geologo e sindacalista, dopo la violenta repressione  degli scioperi generali dell’88, che causò migliaia di morti e di arresti di sindacalisti, fuggì in Tailandia dove vive sotto la minaccia di morte perché accusato di terrorismo dal regime birmano. In questi anni ha costruito una fitta rete sindacale clandestina e sta lavorando insieme all’Organizzazione Internazionale del lavoro per ottenere il sostengo dei governi della comunità internazionale.

     

    Per questo durante la sua visita sammarinese ha chiesto di incontrare il Segretario di Stato agli Esteri, Antonella Mularoni. All’esponente del governo, Maung Maung ha chiesto azioni diplomatiche concrete e urgenti presso l’assemblea generale dell’ONU. Obiettivo: denunciare la giunta militare birmana alla Corte Internazionale di Giustizia per il crimine del lavoro forzato, crimine praticato contro centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

     

    A Palazzo Pubblico, durante l’incontro con il Segretario di Stato agli Esteri, ha partecipato anche Cecilia Brighi, del dipartimento internazionale CISL, che da anni si batte per la liberazione del Premio Nobel per la Pace,  Aung San Suu Kyi recentemente imprigionata dal regime di Rangoon.  Anche in questo caso le dichiarazioni di condanna non bastano più, ma sono necessarie azioni concrete come l’invio in Birmania di osservatori internazionali, l’embargo delle armi e la revisione di una costituzione-farsa che garantisce alla giunta militare il controllo del parlamento birmano. “San Suu Kyi – ha affermato Cecilia Brighi – è una donna di 64 anni, malata, e in lotta contro l’esercito più potente dell’Asia. I governi possono fare molto e la Repubblica del Titano è un piccolo Stato che in sede ONU può giocare un ruolo incisivo perché libero da vincoli e interessi economici e geopolitici”.