Meloni ruba voti alla Lega, Calenda al Pd

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  • Su cosa si basa la travolgente vittoria del partito di Giorgia Meloni? Secondo i flussi elettorali pubblicati da Opinio, oltre a confermare i (pochi, come si ricorderà) voti conquistati in occasione delle elezioni del 2018, Fratelli d’Italia ha raccolto gran parte dei suoi consensi (40%) da ex elettori della Lega. Ma, se i voti leghisti costituiscono la porzione principale del successo di Fdi, non ne rappresentano la totalità. La Meloni ha infatti «rubato» voti anche a Forza Italia (ma in misura minore di quanto molti osservatori e qualche sondaggio – si aspettava, evidenziando una forte capacità di resistenza e di affezione dell’elettorato «storico» del Cavaliere) e persino ai Cinque stelle e all’astensione. Fdi si è così trasformato in un partito «nazionale» realizzando proprio il progetto invano coltivato a suo tempo da Salvini, il quale non solo è stato letteralmente «svuotato» al Sud dall’avanzata dei grillini, ma ha visto intaccate in misura significativa anche le sue le roccaforti storiche, a partire dal Nordest. C’è da notare inoltre che una parte significativa dei voti ottenuti dal Carroccio nel 2018 si è diretta – oltre che verso Fdi – ad ingrossare il primo partito, quello dell’astensione. È una quota di elettorato che, probabilmente delusa dalla leadership del Capitano, non ha voluto spostare più a destra il proprio voto. Essi costituiscono quindi un segmento di centrodestra, per ora collocato nell’astensione e in attesa di novità nell’offerta politica.

    Carlo Calenda avrebbe voluto intercettare anche questa quota di elettori: coloro che si sentono di centrodestra, ma non vogliono votare la Meloni. Ma non vi è riuscito. La formazione costituita con Renzi, il cosiddetto terzo polo, ha infatti attirato un numero considerevole di consensi (anche se meno di quanto i promotori auspicavano): ma si tratta di voti (quasi) tutti provenienti dalla sinistra e sottratti in particolare al Partito democratico, da cui proviene quasi il 40% dei voti di Azione-Iv. Il flusso da destra non si è quindi verificato, se non in misura modesta: solo poco più del 10% dei consensi raccolti da Calenda e Renzi proviene da questo ambito. Qualche voto è provenuto anche dai grillini, trasformatisi da un mero partito di protesta in una forza dall’immagine di sinistra radicale e meridionale. Pur avendo avuto un notevole successo (conquistato specialmente nelle ultime settimane di campagna elettorale), occorre ricordare che il M5s ha ceduto circa metà dei suoi voti del 2018 in parte all’astensione, ma in misura significativa allo stesso Pd (oltre che, come si è detto, a Fdi, fonte: Cise).

    Anche alla luce di questi dati, è chiaro è che la Seconda Repubblica è finita. Almeno, se con questa espressione si intende, come molti hanno sostenuto, la presenza nel nostro paese di un sistema bipolare. Che, per la verità, si era dissolto già nel 2013 con l’irruzione massiccia nello scenario politico del M5s. Oggi i poli sono molti di più ed è iniziata una vera e propria ricomposizione dell’offerta dei partiti, i cui effetti si vedranno nei prossimi mesi.


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