Renzi se ne va dal Pd: ecco cosa succede ora

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L’ex premier è a un passo dall’ufficializzare il divorzio dal Pd: tutte le conseguenze del suo addio

Non è ancora ufficiale, ma Matteo Renzi è ormai a un passo dall’addio al Partito Democratico.

Una storia, quella tra l’ex premier e il Pd, fatta di (pochi) alti e (tanti) bassi. In attesa che il senatore prenda la decisione e la comunichi – forse già domani da Bruno Vespa a Porta a Porta, più che il 20 ottobre alla Leopolda di Firenze – ecco tutte le conseguenze del divorzio.

In primis, una curiosità. Renzi sarebbe il terzo “big” dem ad andarsene per creare un’altra formazione politica. Prima di lui, andando a ritroso, Pier Luigi Bersani, che nel febbraio 2017 se ne va e fonda Articolo 1 – Movimento democratico e progressista, senza troppi successi e tanti voti nelle urne. Prima ancora fu il turno di Francesco Rutelli, che nell’ottobre 2009 perde le Primarie e decide di fare un passo di lato, dando vita ad ApI, Alleanza per l’Italia. Anche in questo caso, non un “successone”.

Ad ogni modo, importante è capire quanti saranno i parlamentari “democratici” che seguiranno l’ex sindaco di Firenze: ci sono i 48 deputati e i 28 senatori di “Base Riformista” che al congresso non hanno votato Nicola Zingaretti, ma che non per questo seguiranno sicuramente Renzi. Che può invece contare di una quindicina di deputati e di cinque senatori. In entrambi i casi, numeri insufficienti per creare gruppi autonomi a Montecitorio (dove ne servono almeno 20) e a Palazzo Madama (dove il minimo è 10). L’ipotesi è quindi quella di aderire a gruppi già esistenti o confluire nel “Misto”. Fondamentale, dunque, conoscere il numero degli scissionisti.

In ogni caso, la maggioranza giallorossa non dovrebbe correre rischi, visto che Renzi è stato fautore dell’inciucio e non vuole tornare al voto. O, per lo meno, non tornarci a breve. Perché il piano dell’ex premier è quello di dare tempo al suo nuovo partito (il cui nome rimane ancora un mistero) per crescere e ottenere consenso, così da non temere il voto degli italiani.

Uno scisma che è un vero e proprio terremoto per il centrosinistra italiano, che si ritroverà diviso tra il Pd zingarettiamo, la sinistra di Leu, un partito più centrista di Renzi appunto e, molto probabilmente, anche una realtà riformista e liberale di centro di Carlo Calenda (già seguito da Matteo Richetti). Un rebus che mette a rischio anche le alleanza locali: un eventuale asso Pd-M5s (in Umbria e a seguire, chissà, in tutt’Italia) basterà ai due partiti per vincere, visto che verranno meno (forse) i voti di Renzi? Un interrogativo, questo, che rimane senza risposta e che tormenterà le notti dei vertici Pd e M5s. Il Giornale.it

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