San Marino. Allargare gli spazi del confronto, prima che sia troppo tardi … di Don Gabriele Mangiarotti

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  • Quante volte abbiamo sentito richiamare con forza il principio della laicità dello Stato, qui in Repubblica coniugato con il «relinquo liberos ab utroque», interpretato come sottolineatura della nostra originalità, autonomia da criteri esterni, coniugata con la certezza che il santo Fondatore ci ha indicato nelle radici cristiane un principio di autentica umanità e libertà (quella che ha le sue radici nella verità).

    E questo non ha voluto dire, certamente, un regime di «autarchia dei valori», ma quella capacità di incontrare con fierezza e gratitudine ogni esperienza autentica. Mi pare che l’antico incontro con Napoleone, lungi dal cedere ai sogni espansionistici di un nuovo «verbo della libertà dei popoli», a scapito delle altre realtà, abbia mostrato la forza di una identità consapevole, pur nella sua umiltà.

    Questa nostra caratteristica, di identità e incontro, non deve essere né sottovalutata né persa, in nome di una «modernità» che imponga alla nostra convivenza posizioni non corrispondenti a ciò che ci è più caro, come l’accoglienza che – in particolare nel tempo di quella triste guerra mondiale – ci ha reso modello per l’umanità e orgoglio di popolo.

    Quante volte, negli ampi spazi pubblicitari delle nostre strade, abbiamo letto l’orgoglio di essere una realtà originale, anzi, «unica», come proposta e invito a venirci a trovare.

    Per questo mi ha colpito leggere, nella traduzione di Giulio Meotti, che permane punto chiaro di informazione libera e originale, controcorrente e dinamicamente aperta a tutto quanto accade, «Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio», quanto Vladimir Putin ha affermato in un suo recentissimo discorso a Sochi (e – mi pare – rimasto sostanzialmente inascoltato, o forse censurato).

    «La crisi di cui ci occupiamo oggi è concettuale, addirittura di civiltà. La domanda è in quale direzione muoversi, cosa rifiutare, cosa rivedere o correggere. Allo stesso tempo, sono convinto che dobbiamo lottare per valori autentici, difendendoli con tutte le nostre forze.

    […] Gli sconvolgimenti socio-culturali che stanno avvenendo negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale non sono affar nostro. Qualcuno nei paesi occidentali è convinto che la cancellazione aggressiva di intere pagine della propria storia, la ‘discriminazione al contrario’ della maggioranza nell’interesse delle minoranze o la richiesta di abbandonare la comprensione di cose basilari come mamma, papà, famiglia o anche le differenze di genere, siano pietre miliari in un movimento verso il rinnovamento sociale.

    Questo è un loro diritto. Vi chiediamo solo di non entrare in casa nostra. Abbiamo un punto di vista diverso e crediamo che dovremmo fare affidamento ai nostri valori spirituali, ai valori storici della tradizione, alla cultura del nostro popolo.

    Gli aderenti al cosiddetto progresso sociale credono di portare all’umanità una sorta di nuova coscienza, più corretta di prima. Ma le ricette che propongono non sono affatto nuove, tutto questo – per quanto a qualcuno possa sembrare inaspettato – lo abbiamo già passato noi in Russia. Dopo la rivoluzione del 1917, i bolscevichi, basandosi sui dogmi di Marx ed Engels, annunciarono che avrebbero cambiato non solo politica ed economia, ma anche l’idea stessa di cosa sia la moralità umana, i fondamenti della società. La distruzione di valori secolari, la fede, i rapporti tra le persone, fino al completo rifiuto della famiglia, l’imposizione e l’incoraggiamento delle denunce dei propri cari – tutto questo è stato dichiarato un passo in avanti, proprio come oggi. A proposito, i bolscevichi hanno mostrato anche assoluta intolleranza a qualsiasi altra opinione.

    […] In alcuni paesi occidentali la discussione sui diritti dell’uomo e della donna si è trasformata in una perfetta fantasmagoria. Gli zeloti dei nuovi approcci si spingono così lontano da voler abolire questi concetti. […] Non è una novità, negli anni ’20 i leader culturali sovietici inventarono la ‘neolingua’, credendo che in questo modo creassero una nuova coscienza.

    Per non parlare di cose semplicemente mostruose, quando ai bambini oggi viene insegnato fin da piccoli che un maschio può facilmente diventare una femmina e viceversa. Per chiamare le cose col loro nome, questo è un crimine contro l’umanità e tutto sotto il nome e l’insegna del progresso.

    Bene, a qualcuno piace e lasciate che lo facciano. Ma quando il mondo sta vivendo un crollo strutturale, l’importanza di un ragionevole conservatorismo come base di un corso politico aumenta proprio a causa del moltiplicarsi di rischi e pericoli e della fragilità della realtà che ci circonda.»

    Può fare paura la parola «conservatorismo» ma credo che legata all’aggettivo «ragionevole» possa indicare a tutti noi una strada per il bene della nostra civile convivenza. Cito da un articolo che cerca soluzioni politiche ai problemi sollevati dall’esito del Referendum sulla legalizzazione dell’aborto: «Ma che cosa si fa a San Marino rispetto a queste emergenze [aiuto e sostegno alle donne, alle madri, alle famiglie]? Quasi nulla! Scarso il dibattito, scarsa l’attenzione, scarsa l’azione politica e sociale. L’elevato livello di denatalità, che nel tempo rischia di compromettere l’identità della stessa comunità, è un tema quasi ignorato.»

    Nessuno che voglia essere ragionevole e «democratico» dovrebbe sottrarsi a questo confronto, perché ne va di mezzo il bene comune, oltre che ciò che ci costituisce come popolo originale e fiero.

     

    Gabriele Mangiarotti