San Marino. Andare veloci non significa lasciare gente per strada. L’intervista di Michele Cucuzza all’imprenditore Marco Bartoletti

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  • Schermata 2015-06-17 alle 21.22.38Il suo racconto, la storia umanissima di un’azienda, la sua, che assume disabili e malati di tumore, ha lasciato un segno, ha offerto aiuto, suggerimenti e ispirazioni. Ha segnalato una svolta possibile, insegnato una prospettiva indicando una via, un passaggio sicuro nel bosco delle decisioni difficili. Non a caso – proprio in prima fila – erano seduti due segretari: Giuseppe Maria Morganti e Francesco Mussoni.

    “Io non sono un benefattore – ha detto Bartoletti– sono un imprenditore che bada al profitto. Nasco come assicuratore ma era un mestiere per il quale non ero tagliato, verso cui non provavo alcuna passione. Così ho pensato di mettermi in proprio, di fare quello in cui noi italiani siamo più bravi. Con pochissimo a disposizione ho cominciato la mia collaborazione con le principali case di moda del mondo. All’inizio a dire il vero avevo un solo tornio e un solo operaio e si lavorava sotto un tendone. Quando mi chiesero di poter visitare l’azienda perché il prodotto era completamente al di sopra delle aspettative me ne feci prestare una da un amico: producevano jet. La camuffai per l’occasione e da quel momento ottenni sempre più lavoro senza mai andare a cercare i clienti, erano sempre loro a venire a trovare noi. Poi svelai l’aneddoto dell’azienda che non era mia e li conquistai.

    L’umanità è sempre importante nelle relazioni anche se occorre tenere a mente che prima di tutto per tenersi un cliente è necessario offrire un prodotto che sia perfetto sotto ogni punto di vista. Poi sei tu che fai il prezzo e detti le regole. A quel punto puoi dire che si tratta di un risultato ottenuto anche grazie al lavoro di persone cosiddette disabili. Se invece ti presenti ai clienti anteponendo il fatto di dare lavoro a persone disabili, se ne fai un cartello, presto vai incontro all’insuccesso”.

    Di persone disabili dal 2000 ad oggi Marco Bartoletti ne ha assunte molte. Non per accedere ai contributi statali che ha sempre rifiutato ma perché convinto che essi non rappresentino un costo per l’azienda bensì un valore aggiunto. “Il profit ha bisogno del non-profit, un’azienda per essere solida deve essere etica, deve invertire la scala di valori, deve essere generosa. Questo soltanto le darà la garanzia di esistere anche in futuro e di esser solida. La forma mentis di troppi imprenditori deve essere cambiata: temono la crisi e di perdere tutto perché la loro azienda spesso si basa sul nulla.

    Questo è ciò che a noi non accadrà mai”. “Sorrido sempre – ha continuato Bartoletti – quando mi soffermo a pensare alla modalità in cui tradizionalmente vengono assunte le persone. Si fanno esami per toccare con mano la buona salute del futuro dipendente e poi ci si ritrova con l’azienda piena di dirigenti affetti dalle peggiori turbe psichiche. E’ capitato anche a me quando ho assunto una psicologa che si è rivelata l’unica dipendente inefficiente dell’azienda. Io ai miei dipendenti non chiedo di essere in buona salute ma di dare il massimo sul lavoro, di essere creativi, di far parte di una squadra vincente. Non mi importa che una persona che deve dipingere non abbia le gambe, non è un buon motivo per non farla lavorare in azienda.

    Da un lato infatti chi ha delle difficoltà fisiche investe sul lavoro più energie, mostra più attaccamento alla squadra, mi fa guadagnare più quattrini e dall’altro lato il lavoro è terapeutico, fa guarire dalle malattie del corpo e della mente. Ricordo che una delle prime volte che assunsi un malato di tumore mi chiamarono dall’Università per tenere una lezione, avevano visto con i loro occhi il cambiamento di un malato che sembrava fosse già morto, tornare a vivere. La mia è stata prima un’intuizione e poi è diventata una vera e propria filosofia. Ora dedico quasi tutti i sabati mattina a fare colloqui e nelle assunzioni privilegio sempre chi ha più difficoltà perché sono coloro che mi garantiscono più di altri il risultato.

    Ai miei ingegneri raccomando sempre di non limitarsi a prendere le misure di un oggetto, esso è un piccolo capolavoro, una borsa può arrivare a costare un milione di dollari, vale a dire che è un’opera d’arte, che come tale va ‘sentita’ con passione, a colori, con poesia. Come sanno ‘sentire’ i disabili non sa ‘sentire’ nessun altro. Eppure assumerli all’inizio non è stato facile. Ho dovuto guerreggiare a lungo con le varie istituzioni. Alle prime porte sbattute in faccia avrei potuto fare quel che in molti fanno: fermarmi avendo guadagnato la coscienza pulita. Ma il mondo è pieno di gente che spende l’alibi del non fare, io non volevo essere tra quelli. Ho provato a sperimentare il cambio di marcia, ho fatto casino, ho battuto il chiodo fintanto che non sono riuscito ad appendere il quadro.

    Le istituzioni del resto vanno spronate se non proprio forzate. Mi avevano consigliato di stare attento perché avrei potuto essere accusato di sfruttamento mentre io pago i miei ragazzi profumatamente. Così hanno trovato una formula ad hoc per me: ‘residua capacità lavorativa’”.

    Marco Bartoletti tuttavia non è tipo da pensiero utopico. Egli sa che la sua azienda non è un modello ripetibile altrove e per questo dice “gli imprenditori dovranno continuare a concentrarsi sul profit, contestualmente però visto che sono loro ad avere le risorse ciascuno dovrà adottare una onlus e non più limitarsi soltanto ai regali di Natale. Si dovrà investire su un impegno costante. Penso che dovremmo introdurre il ‘quarto settore’”.

    Ha poi parlato della ricchezza “nella nostra società quelli come me rischiano molto. La ricchezza va metabolizzata mentre ancora oggi è impossibile recarsi per esempio alla stazione di Milano indossando un capo firmato senza rischiare il linciaggio. Per questo abbiamo bisogno del non-profit. Per dimostrare che la ricchezza è il risultato di un percorso buono che ha creato posti di lavoro e offerto opportunità. A quel punto non ci si vergogna più di avere per esempio la Ferrari che io effettivamente ho”.

    E ha poi concluso: “Sono tornato dall’Austria per partecipare a questa serata. Ho apprezzato l’umanità dell’invito, la passione con cui mi è stato rivolto. Da tempo non rilasciavo più interviste temendo che il mio lavoro e la mia azienda potessero essere strumentalizzati. Poi è arrivato questo invito da una Banca che io non conoscevo. Ho pensato a come in genere gli inviti rispettino tutti degli equilibri, magari ti chiamano perché sei socio o hai un conto e sei un cliente importante. Qui è avvenuto tutto senza badare agli equilibri e ai giochi di potere. Così ho detto sì dopo aver avuto l’onore di incontrare anche Michele Cucuzza. Mi sono definitivamente convinto a venire a San Marino dopo aver visto lo spot della Banca dove ho sperimentato la corrispondenza di intenti tra le nostre attività. Si va veloci, è vero. Ma andare veloci non significa lasciare chi ha più difficoltà per strada altrimenti si rischia di arrivare al traguardo da soli, di farsi il vuoto attorno.

    E poi a San Marino ora si parla di polo del lusso che è proprio il mondo da cui dobbiamo ripartire. Quello che ci permetterà in futuro di investire sulle persone, sul loro benessere”.

    L’Austria nuova frontiera del business.

    E’ recente l’apertura di una BB austriaca, Marco Bartoletti ha infatti eletto l’Austria come Paese nel quale investire risorse e creare un’azienda gemella di quella con sede a Calenzano di Firenze. “Ho scelto l’Austria – ha detto – perché è un Paese con poche leggi chiare e sintetiche, tutto l’opposto dell’Italia. Inoltre là mi hanno accolto con entusiasmo, al mio arrivo c’erano addirittura le bandiere italiane e quando ho detto che col tempo avrei assunto disabili e malati non c’è stato alcun sussulto. Sono previsti anche dei contributi europei che contrariamente a quanto faccio in Italia prenderò fino all’ultimo centesimo. Non sono andato in Austria poi senza imporre le mie regole. Ho assunto come era giusto che fosse dipendenti del posto, austriaci, tuttavia ho imposto per contratto che frequentino un corso di italiano. Di qui a breve nella mia azienda parleranno tutti italiano”.

    Tornano in mente, ascoltando Bartoletti, le parole dell’inno di Mameli, l’Italia era ancora nella sfera d’influenza dell’impero austro-ungarico ma non rinunciava a cantare Già l’Aquila d’Austria Le penne ha perdute. Potere della cultura e delle idee di proclamare la propria indipendenza e supremazia, di non doversi sottomettere ad altre regole che non siano le proprie.

    La Tribuna