SAN MARINO. Pubblica Amministrazione e digitale. Fabio Andreini (Digital Transformation Manager): “Chi non vuole la PA digitale? A chi fa comodo avere ancora processi basati sulla carta?”

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    Una Pubblica Amministrazione agile, veloce ed efficiente, significa prima di tutto una
    struttura che ha una cultura “customer centric”, accoppiata a processi totalmente
    digitali.
    È il sogno di tutti non essere frustrati quando ci si rapporta con gli uffici pubblici,
    senza doversi recare fisicamente allo sportello, elaborando qualsiasi genere di
    richiesta dal proprio smartphone, anche le più complesse; questo permetterebbe a
    cittadini ed imprese di risparmiare molto tempo nella gestione della burocrazia.
    Questa impostazione infatti, oltre che tecnologica è culturale ed è un fattore
    abilitante per la crescita e lo sviluppo economico, derivante da incrementi della
    produttività non trascurabili e dovuti anche alla maggior attrattività e competitività del
    sistema paese.
    A parole tutta la classe politica è concorde sul fatto che la transizione digitale sia una
    priorità, nei fatti però, questa priorità non è percepita né tantomeno applicata.
    È evidente la necessità di questa nuova impostazione da parte dell’utenza ed è
    facile immaginare i benefici per l’intero sistema paese.
    Se avviamo una semplice attività di benchmarking, confrontando il nostro sistema
    con quello degli altri paesi, l’enorme gap è più che evidente. Ci troviamo in una
    arretratezza strutturale, dovuta ad una serie di variabili, che stanno avviando alla
    necrosi l’intero paese.
    La trasformazione digitale sarà un percorso fondamentale per la Repubblica di San
    Marino. Non si tratterà di effettuare qualche ritocco cosmetico a qualche interfaccia
    utente obsoleta, si tratterà invece di ripensare da zero tutti i processi, mettendo al
    centro l’utente, includendo prima di tutto un radicale cambiamento culturale
    nell’assetto della macchina pubblica.
    Quindi come mai non è stato fatto nulla a riguardo?
    Sicuramente la miopia del management pubblico unita alla mancanza di visione
    politica, hanno contribuito allo stallo, ma la verità è che una PA digitale ed efficiente
    ha bisogno di meno dipendenti. Quindi come ci comportiamo?
    La risposta più logica sarebbe quella di destinare il personale in esubero in altre
    attività e formarli per l’acquisizione di nuove competenze.
    Anche se la risposta sembra semplice, in realtà racchiude numerose insidie, la più
    importante denominata “resistenza al cambiamento”.
    Il problema della improduttività della PA analogica è sotto gli occhi di tutti, ma in
    futuro, la questione del soprannumero dell’organico dovrà essere irrimediabilmente
    affrontato.

    Le misure necessarie per colmare il gap che ci separa dagli altri paesi e per portarci
    su un percorso di crescita sostenibile non possono limitarsi a pochi accorgimenti di
    facciata, ma devono costituire una sostanziale discontinuità rispetto al passato.
    Nella nostra piccola Repubblica è inimmaginabile che ai guadagni di efficienza
    consentiti dalla digitalizzazione della PA corrisponda anche una riduzione dei
    dipendenti pubblici, quindi è necessario gestire il processo di transizione in modo
    intelligente e coraggioso e mantenerlo privo di interessi particolari, come
    prepensionamenti, o di mantenimento di mansioni non più utili, affrontando anche la
    parte di riallocazione e riqualificazione delle persone.
    Non vorremmo che ci trovassimo tra qualche anno ad una completa digitalizzazione
    della Pubblica Amministrazione, dove un numero di lavoratori invariato continua a
    svolgere le stesse mansioni. Questo costituirebbe il paradosso da evitare.
    Altra considerazione importante da sostenere, è la fatidica formazione dei cittadini.
    Diffondere la cultura digitale dovrà essere una priorità, oltre che per lo Stato, anche
    per le associazioni, imprese ed enti sul territorio che possono intercettare questa
    esigenza, in modo da considerare la digitalizzazione come un’opportunità e non
    come una minaccia. Sarà un investimento di risorse temporali ed economiche che
    alimenterà un circolo virtuoso in cui sarà lo stesso sistema paese a guadagnarci.
    L’Agenda Digitale dovrà essere il faro guida nella notte del paleolitico digitale in cui ci
    troviamo, ma occorre saggezza ed intelligenza. La tecnologia non dovrà mai essere
    confusa con il fine a se stante, ma un mezzo per raggiungere degli obiettivi comuni,
    che abbiano come cornice di senso, l’innovazione e la soddisfazione dei bisogni
    dell’utenza, senza tralasciare la compatibilità del nostro paese con gli standard
    europei.

     

    Fabio Andreini
    Digital Transformation Manager