Vince sempre il “regime italiano”

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  • Salvini rinviato a processo è una vicenda nuova, grave e inaudita ma nello stesso antica. Dimostra che, ancora una volta, vince il «regime italiano». Per capire la vita politica dobbiamo infatti distinguere tra «governo» e «regime». Il governo è qualcosa che può durare poco tempo, una brevità nella storia d’Italia caratteristica costante. Il regime invece è un’articolazione di solidi poteri che si dipanano nel corso del tempo, resistono ben oltre i risultati elettorali e le vittorie degli uni e degli altri, e in alcuni casi superano persino rotture traumatiche istituzionali, come quella tra Italia liberale e fascismo o tra fascismo e repubblica. Una «legge» valida per tutti i Paesi ma nel nostro visibile in forma cristallina: è quella del «trasformismo», non a caso inventato pochi anni dopo l’Unità d’Italia, e ben esemplificata nelle celebri parole di Tancredi Falconieri nel Gattopardo «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». È questa l’essenza del regime italiano, e a questa legge si sono piegati tutti, persino Mussolini a suo modo. La stratificazione di poteri, di interessi, di gerarchie, deve riprodursi senza intaccarne la radice. Per questo il «regime italiano» teme più di tutti l’emersione del capo, del leader carismatico, dell’outsider che, estraneo alle sue conventicole, possiede una visione di cambiamento e un consenso tale da poter, finalmente, per una volta, cambiare tutto perché tutto cambi. Ma ogni volta che il capo emerge, il sistema comincia a produrre gli anticorpi contro quello che considera un virus mortale. Con l’obiettivo di rendere malleabile l’innovatore oppure, se questo persiste nel disegno, a distruggerlo. Questo meccanismo ha funzionato perfettamente dopo il 1945: Alcide De Gasperi in parte ne è stato vittima, ma soprattutto Amintore Fanfani. Più il sistema politico si incancrenisce, tuttavia, più emergono gli outsider riformatori: e così ecco Bettino Craxi, poi Silvio Berlusconi, per certi aspetti e per una prima fase persino Matteo Renzi, e ora Matteo Salvini (e magari domani Giorgia Meloni). Figure molto diverse ma tutte in vario modo estranee al «regime italiano», convinte che solo un decisionismo spinto, l’assunzione della responsabilità di comando del leader legittimato dal popolo, possa fungere da forza di mutamento. Ebbene, a tutte, ma soprattutto a Craxi, a Berlusconi e a Salvini, è stata resa la vita difficile attraverso una violenta demonizzazione. Ma a colpirle in maniera definitiva nel caso del leader socialista, a indebolirle nel caso del Cavaliere e a perseguitarle nel caso di Salvini, è un agente unico, diventato il vero killer al servizio del «regime italiano»: la magistratura. Mentre fino agli anni Settanta i decisionisti venivano eliminati dal sistema grazie al gioco politico, da qualche decennio i partiti sono diventati troppo deboli, e quindi il compito di avvisare, frenare, minacciare, e poi nel caso proprio uccidere politicamente il leader spetta alle toghe. Che, con il voto di giovedì scorso al Senato, ma pure con quello sulla decadenza di Berlusconi dalla stessa camera nel 2013, si confermano le vere forze operative del «regime italiano». Che ora si sente ben garantito da Conte, dai 5 Stelle, fattisi «gattopardare» con facilità, e dal Pd. Ma fino a quando? È probabile che chi oggi festeggia per l’indegno voto del Senato contro Salvini sarà tra non molto vittima di un analogo trattamento.


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