“Il flop elettorale degli influencer? Troppi spot, non sono autorevoli”

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  • «Gli influencer sono famosi solo perché i media tradizionali ne parlano, è questo il paradosso». Marco Camisani Calzolari, imprenditore, esperto di digitale, docente universitario e, tra le altre cose, inviato di Striscia la Notizia, non ha dubbi in proposito. E noi lo incalziamo.

    Prima delle elezioni c’è stata una grandissima campagna da parte degli influencer per mobilitare gli elettori contro il centrodestra. A conti fatti sembra che abbiano influenzato poco. Come mai?

    «Il problema sta a monte, ancor prima dell’influenza politica. Mi riferisco alla percezione delle persone nei confronti degli influencer, ovvero quei personaggi che normalmente sono noti on line e monetizzano la propria popolarità con la vendita e la promozione di prodotti. Il fatto stesso di presentarsi ogni volta con un prodotto diverso, alla mercè del brand che in quel momento li paga, li rende poco credibili e meno autorevoli. Perché la percezione è che le loro siano opinioni in vendita».

    E quindi è difficile che qualcuno li prenda sul serio…

    «La conversione tra il mondo online e quello offline, cioè l’azione scatenata dall’influencer – che si tratti di un prodotto o di un voto – è molto complicata. Sono molti i casi in cui grandi influencer con milioni di follower non riescono a vendere più di trenta t-shirt».

    Come mai, dov’è l’intoppo?

    «Ci sono una serie di ragioni, almeno tre. Una di queste è che un conto è essere quasi passivi, al massimo fare un like, e un conto è eseguire un’azione. La maggior parte degli utenti si ferma al primo passaggio».

    Questo riguarda anche chi ha milioni di follower?

    «Ecco, passiamo alla questione dei numeri. Già naturalmente, anche quando gli account sono completamente genuini, l’interazione che non sia solo una views è – quando va bene – dell’1%. Quindi su un milione di follower sono diecimila quelli che interagiscono, ma per arrivare all’action bisogna togliere almeno un altro zero: e diventano mille. Se poi devi pure pagare possono diventare anche 100. Ed ecco perché, in alcuni casi, gli influencer che hanno milioni di follower non riescono neanche a vendere le bamboline».

    Si parla molto anche di numeri gonfiati e «seguaci» comprati. È una leggenda metropolitana?

    «No, i fake sono molto diffusi, in alcuni casi li utilizzano gli influencer per gonfiarsi e apparire più forti. Ma tra le aziende sta anche nascendo un fenomeno per cui li comprano agli altri per fare danni all’algoritmo, per screditarli. Se io ho due milioni di follower, dei quali un milione è falso, la mia interazione scende sotto lo 0,5% per cento, perché i miei post saranno orientati per il mio falso pubblico».

    Però, comunque, follower veri o falsi, tutti ne parlano.

    «Perché c’è un terzo fattore: la percezione dei numeri, che spesso viene gonfiata involontariamente dai media tradizionali. Se i mezzi di comunicazione mainstream non citassero gli influencer e i loro post, quanti ne vedremmo realmente? Pochissimi. Ci sono influencer che sono considerati molto importanti solo perché sono riportati spesso dalle testate giornalistiche, sono queste ultime che danno loro quella percezione di visibilità».

    Quindi siamo di fronte a una bolla?

    «Semplificando molto possiamo dire di sì».


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