«Non volevo uccidere mio figlio, ma spaventare e fare del male a mia moglie. É stata colpa sua». Così si difendeva davanti ai giudici Andrei Talpis, il muratore moldavo di 48 anni che una mattina di quattro anni fa accoltellò a morte il figlio Ion, 19enne e affondò il coltello nella carne della moglie Elisaveta, 49 anni, dopo averla inseguita per strada. La furia omicida si scatenò dopo l’ennesima denuncia da parte di Elisaveta dei maltrattamenti subiti dal marito, che era spesso ubriaco, e dopo ripetute richieste di intervento da parte dei vicini. I fatti, accaduti nel novembre 2016 a Remanzacco (in provincia di Udine). L’uomo oggi è in prigione, sta scontando una condanna all’ergastolo. Alla Corte europea dei diritti umani – che oggi ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere la donna e il figlio dalla violenza del marito – Elisaveta si era rivolta nel maggio 2014 – denunciando le autorità italiane per non averle accordato una protezione adeguata, nonostante le sue ripetute richieste d’aiuto.
La sentenza
I giudici di Strasburgo, la cui sentenza diverrà definitiva tra tre mesi se le parti non faranno ricorso, hanno stabilito che «non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto, creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che alla fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio».
Condanna
La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno riconosciuto alla ricorrente 30 mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.
Le denunce e la mancata azione dello Stato
La prima denuncia risale al giugno 2012: in quell’occasione, la polizia si limitò a constatare lo stato di ebbrezza del marito e i segni delle percosse sul corpo di Elisaveta. Dopo un secondo intervento richiesto per un’aggressione con un coltello, la polizia aveva messo a verbale soltanto il «porto d’armi abusivo». Nel settembre dello stesso anno, nuova denuncia per maltrattamenti, ancora senza seguito. Anno 2013: botte, in agosto. Poi, a novembre, Elisaveta chiama di nuovo i carabinieri: il marito, ubriaco, viene portato in ospedale, ma esce la notte stessa. Ed è in quell’occasione che, afferrato un coltello dal cassetto della cucina, si lancia contro la moglie, colpendo il figlio 19enne intervenuto in difesa della madre, e lo uccide. Poi insegue Elizaveta per strada, la lascia sanguinante a terra. La polizia lo trova seduto sul marciapiede davanti a casa e lo arresta. La donna viene ricoverata in rianimazione all’ospedale di Udine. Si salva. Solo in un secondo momento le viene comunicato che il marito aveva ucciso il figlio.
Prima condanna per violenza domestica
Si tratta della prima condanna dell’Italia da parte della Corte per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica. I giudici hanno rilevato che «la signora Talpis è stata vittima di discriminazione come donna a causa della mancata azione delle autorità, che hanno sottovalutato (e quindi essenzialmente approvato) la violenza in questione». «Abbiamo presentato questo ricorso alla Corte di Strasburgo perché nella storia di questa donna ci sono tutti gli elementi di violenza ripetuta, grave e soprattutto sottovalutata e non riconosciuta», ha dichiarato all’agenzia Ansa l’avvocato Titti Carrano, uno dei due legali autori del ricorso alla Corte europea. «La donna aveva denunciato più volte, aveva anche chiesto aiuto, ma il Comune non aveva ritenuto la situazione così grave» spiega Carrano, precisando che «il marito il giorno stesso in cui ha poi ucciso il figlio e ferito gravemente la moglie era stato fermato in stato di ubriachezza ma era stato poi rilasciato».
Il sindaco: «Sempre vicini»
Il sindaco di Remanzacco ha dichiarato che «La situazione della signora Elisaveta non era nota all’amministrazione, prima della tragedia. Ne siamo venuti a conoscenza solo dopo l’accaduto. Da allora l’abbiamo presa in carico e le siamo stati vicino non solo dal punto di vista economico ma anche con i nostri servizi sociali». «Tutta la comunità di Remanzacco si mobilitò per lei – ha aggiunto – e venne istituito un fondo con una raccolta di contributi con i quali sostenere le spese per il funerale del figlio in Moldavia. Andammo a trovarla in ospedale quando fu ricoverata e da allora fino a un mese fa ha vissuto gratuitamente in un alloggio del comune. Le siamo sempre stati vicino». Corriere.it
