“Lascio”, “Accetto”. Cosa c’è dietro la giravolta della Cirinnà

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  • Sono stati necessari “decine di telefonate e messaggi e email” per spiegare a Monica Cirinnà come funziona la politica. Lei, da sola, evidentemente non era riuscita a rinsavire dopo lo “schiaffo” che la Direzione nazionale del Pd le ha rifilato candidandola in un posto tutt’altro che blindato.

    Nota per la legge del 2016 che ha istituito in Italia le unioni civili, oltre che per essere una campionessa del radical chic, aveva deciso di rifiutare la sfida proposta dal Partito democratico perché il collegio Senato uninominale Roma 4 sarebbe “perdente”. Le zone che comprendono Ostia, Guidonia e Laurentino per gli standard patinati della Cirinnà sono troppo plebei: “Lì non sono adatta: i miei temi là vengono ritenuti marginali, risibili. Non sono codarda: se Letta ha gli occhi di tigre, io ho la criniera”, dice.

    I “suoi temi” sono le battaglie sui diritti, che dovrebbero essere universali a sentir lei, ma evidentemente far capire ai trogloditi del litorale romano, immersi tra i problemi veri come la disoccupazione, le infiltrazioni mafiose e il degrado, che le priorità di questo Paese sono le istanze LGBTQ+ non è così semplice. Col passare delle ore, i tanti messaggi che sono piovuti da profili come Chiara Piccoli, presidente Alfi (Associazione Lesbica Femminista Italiana), Luisa Garribba Rizzitelli (presidente Rebel Network), Alessia Crocini (Famiglie Arcobaleno), Rosario Coco (presidente di Gaynet), insomma il Paese reale, l’hanno convinta a fare ciò per cui è stata profumatamente pagata per tutti questi anni in Parlamento: politica. A prescindere dai sondaggi.

    Ora accetterà la candidatura: “Non è un ripensamento dettato per interesse ma per amore e rispetto per tanta gente”, che ha a cuore le battaglie sui diritti, ha detto Cirinnà: “Penso con dolore alla battaglia complicata che mi aspetta ma credo anche che sia giusto farla per salvare l’Italia dall’oscurantismo, da Meloni e Salvini che vogliono far diventare il nostro Paese come la Polonia o l’Ungheria. Perché, ricordiamocelo, la prima cosa che si va a toccare in quei casi sono i diritti”. Magari intendeva la stessa “cattivissima” Polonia che da sei mesi è in prima fila per sostenere l’Ucraina con uomini, mezzi e accoglienza durante una guerra.

    Ma comunque, “l’oscurantismo delle destre”, se dovesse vincere in quel collegio, non sarà perché sono i territori ad essere sbagliati, ma perché sarà stata lei a non aver avuto la capacità di parlare agli elettori. E, dunque, altro che paracadute, è giusto che se ne stia a casa. Quella di Capalbio, quello sì un “territorio giusto”, nella sua azienda agricola e con le sue magiche cuccette dei cani piene di banconote di dubbia provenienza chiuse nel cellophane. È lì infatti che ha detto che si ritirerà in caso di (probabile) sconfitta. Ed è sempre lì che era scoppiato il “cuccia-gate” con i ventiquattromila euro in contanti di cui sia lei che il sindaco di Fiumicino Esterino Montino la scorsa estate avevano negato la paternità. Salvo poi richiederli indietro: “Si trovavano nella mia proprietà”. Per caso.

    Forse anche questo atteggiamento a dir poco indisponente avrà convinto la Direzione nazionale del Pd a non tenere fede agli impegni presi con la senatrice: “Mi è stata tolta la possibilità capolista al proporzionale al Senato, non sono stata valorizzata come dirigente nazionale per il lavoro che ho fatto e le competenze che ho nonostante il partito su base regionale avesse votato in direzione all’unanimità la proposta che prevedeva la candidatura come capolista al collegio Roma 1 e che era valida fino a 48 ore fa. Una proposta che è diventata carta straccia”, racconta.

    I vertici del Pd si saranno fatti due conti, e alla vigilia di una tornata elettorale in cui il centrodestra rischia il plebiscito, avranno preferito mettere all’angolo un profilo come quello della Cirinnà. Non perché non abbiano a cuore le sue battaglie. Ma perché sanno che, gli italiani, non hanno a cuore lei.


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