Rimini. Problema Sinti: «Per noi l’Europa vi dà tanti soldi, aiutateci a trovare una sistemazione»

«Chiudere via Islanda? Giusto: siamo troppi. E’ un ghetto, qui non si può più vivere. Ci mettano pure telecamere e ci controllino i carabinieri nelle microaree, così chi si comporta male ne risponde e chi lavora onestamente non si sente dare dello sporco zingaro da tutti». I nomadi sinti, di nazionalità italiana, attraverso lo storico leader Vittorino, 70enne di professione giostraio, a Rimini da 45 anni, promuovono il progetto del Comune. Abbiamo sentito la loro voce al campo di via Islanda, che ospita ufficialmente oltre 40 sinti di nazionalità italiana: undici famiglie con 13 bambini. Ma non si parli di far pagar loro le casette in legno, il cui costo – riferimento ai prefabbricati per i terremotati – va dai 40mila euro per quelle di 45 metri quadri per tre persone agli 80mila per quelle da 90 metri destinate a sei inquilini. Oltre un milione di euro tra acquisto e allacciamenti, secondo il consigliere di minoranza Gioenzo Renzi. «La spesa è folle – attaccano i sinti – ma la gente deve capire che da 20 anni l’Unione europea manda soldi all’Italia per l’integrazione di noi nomadi». «Siamo pronti a pagare le bollette – dice T.Gei Prina –, io le pago anche qui da sempre, se no il Comune stacca la luce». Bocciata coram populo l’ipotesi di trasferirsi negli alloggi popolari: «In una casa non ci abbiamo mai abitato e non ci andremo mai, e poi c’è l’affitto, meglio il prefabbricato nel verde per i bambini», dicono tre donne. «A mia zia ne hanno assegnata una a Guastalla, guardi qua – aggiunge una ragazza mostrando al cronista una pagina web col suo smatphone –, dov’è il problema?» «Ogni famiglia in una microarea – continua Prina –, controllata, dopo aver firmato un accordo e chi sgarra venga pure sbattuto fuori. Il guaio di questo campo è che non risponde nessuno se succede qualcosa, tutti colpevoli nessun colpevole». «E non hai nessuna certezza – aggiunge Vittorino –, ogni volta che torno da una fiera, non so se trovo ancora il campo o l’hanno smantellato». Andate d’accordo coi rom? «Con le persone per bene, sì». Parere specularmente condiviso nell’altra metà del campo nomadi, quella che batte bandiera romena. «Magari separassero noi sinti, così ognuno guarda al suo, e risponde di quello che succede a casa sua e non dagli altri – sostiene un uomo –. La maggior parte qui lavora». Nomade significa che si sposta: e voi? «Ormai non lo facciamo più, e poi oggi dove vai ti cacciano», dice un uomo. Sistemare il campo di via Islanda? «No, è troppo sputtanato, basta». Il Resto del Carlino