Sicurezza sul lavoro: Anche da noi ritmi infernali e ossessione della produttività…..

  • Le proposte di Reggini Auto

  • Il lavoro che si fa «più aspro»inseguendo «l’ossessione della produttività», e la crescente «angoscia per l’insicurezza socio-economica.

    Angoscia per l’insicurezza: un conto è lavorare come disperati sapendo che l’anno dopo l’occupazione ci sarà, un conto è farlo mentre tutti attorno perdono il posto di lavoro.

    La catena di suicidi alla France Télécom impone una riflessione sulle pressioni che si subiscono nella moderna organizzazione del lavoro.

    L’impegno in fabbrica, i turni, i sacrifici per difendere i diritti sono i bastioni su cui, le donne e gli uomini di 0rgoglio Operaio ,hanno costruito la loro dignità e conquistato un ruolo nel mondo del lavoro e nella società del nostro paese.

    È un caso che si inscrive nell’inasprimento delle condizioni di lavoro e sulla sicurezza sul lavoro, che dura da almeno da dieci anni e nell’ossessione della produttività e della competitività con i paesi emergenti(Cina e India).

    Oggi con la crisi il lavoro è diventato più aspro: sono scomparse le pause, i ritmi sono infernali anche se non sempre sono dettati da un capo,ma da strumenti meccanici o elettronici o altro. In moltissimi settori sono scomparse le pause, interrompere i ritmi viene visto come una grave defezione,oppure dal poco rendimento del’operaio e questo induce a facili scelte per un datore di lavoro ; a chi sarà la persona da cassa integrale o licenziare ,in molti pensano che dipenderà solo da una questione di passaporto!!!!!!!!!!.

     Il fatto nuovo è il peggioramento dell’insicurezza socio-economica. Basti pensare ai dati Istat , alle richieste dell’indennità di disoccupazione, alla cassa integrazione, ai contratti non standard(out-sourcing-c.c.o pro) non rinnovati. Sempre in ostaggio delle agenzie interinali. Io vedo gli interinali,quelli che non hanno il posto sicuro,sono sempre ricattati, non possono mai agire liberamente.

    La crisi, purtroppo, rischia di mettere un lavoratore contro l’altro, si diventa tutti più individualisti ed è un grave pericolo,e le persone che un posto ce l’hanno si chiedono se domani toccherà a loro.

     Ed è un altro e nuovo fattore di stress… ,inteso come un impiego che comporta un elevato coinvolgimento psicologico e una scarsa possibilità di prendere decisioni in modo autonomo.

    I dati raccolti indicano che la scarsa possibilità di prendere decisioni in modo autonomo aumenta del 60 per cento il pericolo di ammalarsi, mentre il forte coinvolgimento emotivo nel proprio lavoro si associa, da solo, a un minor rischio di contrarre una malattia. Ma se al coinvolgimento emotivo si associa la scarsa responsabilità sul lavoro, l’impiego diventa di nuovo stressante e anche la probabilità di guarire cresce di conseguenza.

    Ciò che più conterebbe nel provocare lo stress e le sue nefaste conseguenze,  sarebbe insomma non tanto quanto siamo coinvolti nel nostro lavoro, ma soprattutto quanto questo ci fa sentire «importanti nel tempo o per il futuro» perché abbiamo delle responsabilità e possiamo prendere decisioni autonome: chi non può farlo si sente sopraffatto dallo stress e può svilupparne gli esiti negativi.

    Al di là delle dinamiche psicologiche, che possono peraltro variare da persona a persona, sembra tuttavia indubbio che lo stress favorito dall’angoscia per il nostro futuro lavorativo ,faccia male .

    È un’angoscia che nel mondo tocca decine di milioni di persone. Un conto è correre come disperati per far fronte al ritmo produttivo sapendo che l’occupazione  e le possibilità di un futuro ci saranno anche l’anno prossimo, un altro è correre mentre intorno a noi ,ci sono amici parenti, figli o padri che hanno perso il lavoro o lo stanno per perdere. Questo accresce i costi umani del lavoro,e si è facilmente ricattabili .

    Conseguentemente anche l’angoscia per la perdita del lavoro  che deve trovare sbocco in proteste non tradizionali. In una situazione di gravissima crisi in cui  una ventina di imprese a San Marino sono in seria difficoltà con esiti per la fine dell’anno, è chiaro che le forme tradizionali di lotta non fanno più presa, a cominciare dallo sciopero. Vanno bene quando l’economia tira. Nasce l’esigenza di farsi sentire con altre forme.

    Forme atipiche di protesta c’erano anche in passato. Ora si nota una moltiplicazione perché lo sciopero non morde in questa situazione né possono le occupazioni o di

    binari o di autostrade.

                                              Un saluto da Michele Guidi(Orgoglio Operaio)