La sinistra sfrutta Zelensky per fermare il centrodestra

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  • Le elezioni stanno rendendo l’Italia la terra del «grande gioco». Il mondo, in questo autunno della democrazia, si riflette in uno spicchio di voto, come se davvero il destino di questo tempo incerto e drammatico dipendesse da chi oggi vince o perde. È chiaro che non è così, ma facciamo finta di crederci. Il 25 settembre è arrivato e ti accorgi che nessuno sa come affrontare una crisi economica e sociale che oscura il futuro. Si è passato il tempo invece a indicare chi sarebbero i buoni e i cattivi, con stralunate incursioni che arrivano da fuori, di personaggi che spesso conoscono le faccende italiane per sentito dire. L’ultimo, perfino inaspettato, è Seriiy Nykyforov, portavoce di Volodymyr Zelensky. L’Ucraina sta vivendo la sua ora più buia, contro un nemico che sembra non avere più nulla da perdere e minaccia la stessa sopravvivenza dell’umanità. È la frontiera dell’Occidente, una battaglia di libertà, che apre scenari imponderabili, soprattutto ora che Putin parla in modo dissennato di armi nucleari tattiche. Il tabù della deterrenza atomica sta di fatto evaporando e di questo non si può non avere paura. Il portavoce del governo di Kiev trova però il tempo di guardare Roma. Cosa accadrà? L’Italia la sua scelta di campo l’ha fatta e francamente è irreversibile. Nykyforov, in nome di Zelensky, sente il dovere di raccontare a Repubblica le sue preoccupazioni sul voto italiano. Non è che dica cose straordinarie, ma si ritrova senza forse neppure volerlo in campagna elettorale. «Le elezioni sono un momento cruciale per ogni Stato democratico, influiscono direttamente sulla vita dei cittadini per diversi anni. Quindi è essenziale che i cittadini scelgano candidati che abbiano e seguano i giusti principi morali». In un tempo normale non ci sarebbe neppure la necessità di dirlo. Qui però si vuole far passare il concetto che l’unico voto etico è quello che va a sinistra. Tutti gli altri sarebbero immorali. È il ritornello con cui il Pd e il suo retroterra culturale sono andati avanti in questi mesi. Tanto che viene da dire: ma che si vota a fare? Tanto l’unico risultato moralmente accettabile è la vittoria, o perlomeno la non sconfitta, di un solo partito. È, se si guarda a tutto questo con distacco, un desiderio inconfessabile di «democrazia putiniana». Una democrazia finta, dove si mette in scena il voto, ma il risultato è legittimo solo se vince una determinata forza politica, con buona pace di quel democratico che c’è nel nome. Per fortuna si tratta solo di un desiderio, perché l’Italia non è la Russia e ci sono ancora anticorpi verso l’autocrazia culturale dei chierici del campo largo.

    Resta invece questa buffa ingerenza che sussurra le preoccupazioni del mondo sulle miserie italiane. La simpatia di Trump per Conte, che di certo non guarda con simpatia alla resistenza ucraina. Le confessioni berlinesi di Olaf Scholz a Enrico Letta: «Se il Pd non vince Putin sarà il primo a brindare». Le rassicurazioni europee di Ursula Von der Leyen: «Se le cose andranno in una direzione difficoltosa abbiamo gli strumenti per agire». Il rischio è che dopo tanto vociare non si arrivi a nulla Ci si ritroverà con un altro governo tecnico, straordinario e con maggioranze dai confini incerti, e diversi dal voto, nate solo per salvare il salvabile. È questa l’Italia vista dall’estero.


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